Athenaeum

Dalle stalle alle stelle: biografia di George Lucas

Dall’infanzia in campagna alla prima proiezione di Star Wars

di Massimo Benvegnù

George Lucas nasce il 14 maggio 1945 a Modesto, una piccola cittadina situata nella valle agricola di San Joaquin, in California. II padre gestiva un magazzino di vendita all’ingrosso di materiale di cancelleria per uffici e in seguito, durante l’adolescenza di George, acquistò un ranch fuori città dove iniziò a coltivare pesche ed uva. Nel frattempo la madre, casalinga, si occupava di George e delle sue tre sorelle. Non particolarmente sviluppato, il piccolo George non eccelleva negli sport ed era un bambino fragile ed introverso. Dopo qualche anno scoprì di soffrire di diabete.

Spesso, quando parla della sua adolescenza, Lucas descrive la tipica infanzia all’americana, arrivando persino a citare come esempio l’opera di Norman Rockwell, il disegnatore che attraverso le sue tavole immortalò quell’ideale dell’ “american way of life” a base di colori vivaci, benessere e ragazzini rubicondi alle prese con i piaceri semplici della vita: il guantone da baseball, la torta di mele, la vita all’aria aperta, etc. Ma ci sono fonti contrastanti riguardo a ciò. Su alcune biografie si legge infatti che George Senior, il padre del Nostro, era una personalità piuttosto difficile da sopportare. Conservatore ed autoritario, George Sr. era cresciuto durante il periodo della grande Depressione, aveva conosciuto grossi sacrifici per riuscire a mettere in piedi la sua piccola azienda e riuscire a raggiungere un livello di agiatezza proprio della “middle class”, e quindi non vedeva di buon occhio il fatto che il figlio fin da molto presto non dimostrasse interesse per il business di famiglia e passasse la maggior parte del suo tempo a fantasticare leggendo fumetti e guardando la televisione.

Modesto non offriva molti svaghi, la tipica città dormitorio dedicata a chi nella sua vita deve fondamentalmente solo seguire l’etica del lavoro. Le uniche vie di fuga per il piccolo George erano i fumetti, appunto, dagli album della Disney a Superman, e i classici della letteratura per ragazzi come “L’Isola del tesoro” e “Robin Hood”. I due cinema della città offrirono a Lucas l’occasione del primo contatto con il medium che poi lo vide protagonista (il primo film che ricorda di aver visto al cinema è un classico del genere d’avventura: “Le miniere di Re Salomone”), ma lui stesso affermò: “I film hanno avuto un effetto decisamente minore su di me durante l’infanzia rispetto alla televisione”.

I tempi stavano già cambiando? Il tubo catodico già stava prendendo il sopravvento nell’immaginazione generale della gente rispetto al cinema, fino a quel momento unica materia prima dei sogni, vitamina e proteina ideale e culturale per la fuga dalla realtà degli adolescenti e non. D’altro canto, i lunghissimi serials che popolavano a quel tempo i teleschermi americani avevano molto spesso provenienza cinematografica, ed erano di buona fattura. Non è un caso che Spielberg e Lucas (e molti altri registi della loro generazione) guarderanno con nostalgia a quel periodo della produzione televisiva “Made in USA” all’interno delle loro opere.

Lucas era, ovviamente, un pessimo studente. La sua più grande passione in giovane età erano le automobili. Assieme agli altri ragazzi, vedeva nell’auto quel “mezzo di comunicazione” per scappare dall’esistenza monotona della propria città e vedere altri luoghi, altri mondi, espandere la propria conoscenza. Con un gruppo di amici, Lucas ideava, costruiva e modificava parti d’auto, nel migliore spirito degli “hot rod”, gli spericolati teen-agers americani degli anni cinquanta alle prese con sfide di velocità tra i loro bolidi (immortatali in tanti film, anche famosi come Gioventù Bruciata, e poi anche in American Graffiti).

La sua prima automobile era una Fiat da lui completamente riequipaggiata, fornita di un roll-bar ed un motore truccato, con la quale fu protagonista di un episodio che segnò decisamente la sua vita. Due giorni prima della cerimonia della consegna dei diplomi, all’alba, il diciottenne Lucas stava guidando lungo la strada di campagna che lo avrebbe riportato al ranch di famiglia. Quando girò per entrare nella stradina di casa sua, un compagno di classe che lo aveva seguito a forte velocità a sua insaputa, provò a superare la macchina del giovane Lucas sulla destra, colpendo invece la Fiat in pieno. L’impatto fece rovesciare la macchina più volte fino a farla schiantare contro uno degli alberi di noce del giardino della sua famiglia. Fortunatamente, le cinture di sicurezza speciali progettate dallo stesso Lucas si ruppero (e probabilmente mai fu più cotento di aver sbagliato qualcosa), facendolo schizzare fuori dalla macchina ed impedendo che si schiantasse con essa contro l’albero. Il suo compagno di classe rimase illeso, mentre Lucas giaceva in stato incosciente per terra con numerose ossa rotte e i polmoni danneggiati. Rimase in stato di coma, sospeso tra la vita e la morte, per due lunghi giorni.

Lucas si risvegliò e durante la convalescenza rifletté a lungo sull’accaduto: se le cinture di sicurezza non si fossero rotte, sarebbe sicuramente morto nell’impatto della macchina contro l’albero. Il destino lo aveva condotto ai limiti tra la vita e la morte e lo aveva riportato indietro, in un esperienza che Lucas ama ricordare come il suo “rito di iniziazione”.

Non molto più tardi avvenne un altro passaggio classico nella vita di ogni ribelle: la rottura con la famiglia. Sembra che siano volate parole grosse quella sera in cui George Jr. comunicò al padre la sua intenzione di andare a Los Angeles ed iscriversi ad una scuola di cinema. Il padre vedeva Hollywood come la città del peccato e avrebbe preferito di gran lunga vedere il figlio alle prese con la cancelleria, e gli disse “tornerai indietro tra qualche anno“. Lucas rispose con decisa enfasi “non tornerò mai indietro” e aggiunse “sarò miliardario prima dei trent’anni” (e tutti sappiamo come è andata a finire poi…).

È interessante notare come la figura autoritaria del padre, con effetto contrario, istillò in Lucas un odio profondo per le istituzioni in generale, che fa da sfondo di sovente ai suoi film, ma anche una continua ricerca di una figura paterna “positiva” che lo accompagnò per diversi anni (di questa natura, ad esempio, il suo rapporto con il leggermente più vecchio e sicuramente più esperto Francis Ford Coppola, ma anche l’importanza della figura di Maestro Jedi all’interno della saga di Guerre Stellari —vedi Obi Wan Kenobi e Yoda— e della figura di Darth Vader / Anakin Skywalker, così in bilico tra il bene e il male…).

Quindi, dopo due anni al Modesto Junior College, George Lucas nel 1964 si trasferì all’USC, portando con sé una vocazione ormai consolidata per il campo del cinema. In quel momento di sperimentazioni psichedeliche, in particolar modo nella “bay area” di San Francisco, la sua droga era la pellicola: “avevamo una vera e propria passione per il cinema. All’inizio, non avremmo mai pensato di fare dei soldi col cinema, o che fosse un modo per diventare ricchi e famosi. Tutto quello che volevamo era semplicemente qualche metro di pellicola da impressionare, la nostra dose giornaliera“. All’USC divenne ben presto una star. Dal 1965 al 1968 realizzò diversi cortometraggi di carattere decisamente astratto, quelli che con un po’ di fantasia (o una certa presunzione) si possono definire dei “poemi visivi”.

II suo primo film fu un’animazione della durata di un minuto, intitolato Look at Life, ispirato dal popolarissmo settimanale americano Life. Consisteva in un montaggio molto rapido di fotografie e titoli pubblicati da quella rivista sugli argomenti “odio” e “amore”. Look at Life vinse premi un po’ dappertutto, e divenne un modello per tutti gli studenti di arti visive dell’Università, un modo di fare cinema originale e poco dispendioso.

Il suo seguente cortometraggio, Freiheit, ovvero “libertà” in tedesco, della durata di tre minuti, affrontava un tema non meno complicato, visti oltretutto i pochi mezzi a disposizione: la fuga di un uomo che cerca di attraversare il muro dl Berlino per scappare verso la libertà (!). Poi vennero 1:42:08, su di un pilota da corsa che collaudava una vettura (il titolo si riferisce al tempo registrato sul giro, e vedremo come Lucas in questo periodo abbia una certa passione per i titoli criptici), della durata di circa otto minuti, ed Herbie, girato con una camera a mano a bordo di una Volkswagen, e costituito solamente da immagini sfocate di pioggia che cade mentre in sottofondo si sente l’inconfondibile tocco pianistico del grande Herbie Hancock, il jazzista a cui è ispirato il titolo.

Tra i titoli successivi ricordiamo anche Anyone Lived in a Pretty How Town, un film astratto ispirato da una poesia dello scrittore americano E.E.Cummings, e The Emperor (chi vuole può subito cercare qualche analogia con i futuri personaggi della saga, ma forse è un po’ troppo presto…), un documentario su di un disc-jockey, che metteva in relazione quello che i ragazzi immaginavano fosse e ciò che lui era veramente (più che a Palpatine, qui bisogna pensare invece al “Lupo Solitario” di American Graffiti, insomma).
Il suo ultimo cortometraggio “indipendente” fu la prima versione di quello che poi diventerà il suo debutto nel lungometraggio, THX 1138 che portava il titolo di THX 1138:4EB. Durava circa quindici minuti e raccontava praticamente gli avvenimenti degli ultimi cinque minuti del film.

Ma i film più importanti durante questo periodo per Lucas sono certamente i tre documentari di “backstage” che si trova a girare, alcuni grazie a delle borse di studio, in quanto rappresentano i suoi primi timidi approcci all’interno del sistema hollywoodiano, che lasceranno, come vedremo, ferite mai rimarginate che spingeranno il filmmaker di San Francisco a cercare sempre più spesso la totale indipendenza nei confronti delle grandi multinazionali capitalistiche che controllano Hollywood, e a crearsene invece una in proprio.
Se infatti Lucas all’inizio degli anni settanta dichiarava “Il sistema degli studios è morto. È morto quando le corporations si sono impadronite di tutto e i capi degli studios sono diventati gli agenti, i commercialisti e gli avvocati. Il potere è con la gente adesso“, forse il Lucas di oggi, che ha saputo utilizzare Hollywood così sapientemente e a suo piacimento per trarne il maggior profitto, sarebbe più cauto nell’utilizzo dei termini (e forse chiamerebbe direttamente il suo avvocato).

Il primo di questi “making of” girati da Lucas fu possibile grazie ad un finanziamento della Columbia Pictures che permise ad un gruppo di studenti delle università USC e UCLA di girare a loro piacimento per il set del western L’oro dei MacKenna in lavorazione a Page, nell’Arizona. Era uno di quei western “revivalisti”, paragonabili a quei musical degli anni sessanta, tutti a base di scenografie, costumi e “come eravamo”. Mentre gli altri studenti realizzarono dei documentari abbastanza convenzionali, Lucas girò un documentario sul deserto, tutto basato su immagini suggestive, su cui, in lontananza, si poteva intravedere il set del film! Lucas al proposito dichiarò: “non eravamo mai stati di fronte a tanta opulenza, milioni di dollari spesi ogni cinque minuti per questa grossa produzione… per noi era assurdo, perché fino a quel momento eravamo abituati a fare film con trecento dollari, e vedere questo incredibile spreco di denaro influenzò non poco il nostro modo di vedere Hollywood“.

Anche il set del secondo film sul quale Lucas si trovò a girare un documentario era sontuoso ed hollywoodiano quanto basta… direttamente negli studi della Warner Bros a Burbank, nel cuore di Los Angeles. In più, si trattava addirittura di un musical, Sulle Ali dell’Arcobaleno (Finian’s Rainbow), una robaccia con protagonista, udite udite, nientemeno che Fred Astaire, ormai sul viale del tramonto, pronto per l’ospizio delle star (e la sua partner femminile? Petula Clark!).

Ma, c’era qualcosa di diverso, perché il regista di cotanta minestra riscaldata era quel Francis Coppola che, con l’aggiunta del “Ford”, sarebbe diventato di lì a poco il più autorevole dei giovani filmmakers americani, grazie ad enormi successi di pubblico e critica come Il PadrinoLa Conversazione ed Apocalypse Now, progetti che come vedremo ebbero una notevole influenza anche sulla carriera di George Lucas. Come fosse finito lì, il barbuto Francis Ford, a dirigere un ballerino incartapecorito in un musical della Warner Bros, in pieno periodo di contestazione giovanile, Vietnam, LSD, Easy Rider e via dicendo, è ancora un mistero (oppure è molto semplice: come sempre, aveva bisogno di soldi, croce che lo perseguiterà per tutta la vita…). Comunque, nel più improbablie dei luoghi, avvenne l’incontro che cambiò in modo radicale le loro vite.

Coppola prese subito il giovane George sotto la sua ala protettrice, lodò infinitamente il suo documentario, definendolo “decisamente migliore del mio film“, e lo coinvolse immediatamente in un altro suo progetto intitolato The Rain People, girato a bassissimo costo, in cui Lucas si trovò a ricoprire un po’ tutti i mestieri del set, oltre che a girare un altro “making of”. Assieme iniziarono a concepire l’idea di costituire una casa di produzione alternativa agli studios di Hollywood, con cui finanziare i progetti dei giovani registi che non riuscivano ad emergere all’interno di un sistema ormai al tracollo, così lontano nella mentalità rispetto a quello che stava realmente accadendo nel mondo in quei giorni. Coppola aveva già pronto il nome da dare a quella casa di produzione: Zoetrope (che era un primitivo strumento di visione, un antenato del cinema).

L’idea era quanto meno rivoluzionaria. Disse Lucas a questo proposito: “Francis vedeva la Zoetrope come una sorta di studio alternativo, alla Easy Rider, dove poteva raccogliere molti giovani talenti con poca spesa, produrre i loro film, sperare che uno di questi fosse un grosso successo, e poi con i guadagni incrementare la casa di produzione. Era veramente un atto di ribellione. Avevamo delle idee che non sarebbero mai riuscite a passare attraverso le censure di Hollywood. Zoetrope doveva essere una dipartita da Hollywood. Era un nostro modo di dire “non vogliamo essere parte del vostro Sistema, non vogliamo fare il vostro tipo di film, vogliamo fare qualcosa di completamente differente”. A noi importavano i film, non i contratti (all’epoca… N.d.A.)”.

Fu così che nell’autunno del 1969, Coppola aprì il suo quartier generale dell’American Zoetrope in un magazzino a due piani al numero 827 di Folsom Street a San Francisco. George Lucas si trasferì a San Francisco con la moglie Marcia, addetta al montaggio, e ne divenne il vicepresidente. La prima mossa di Coppola fu quella di offrire alla Warner Bros un’opzione per un “pacchetto” di sceneggiature e progetti della Zoetrope in cambio dei finanziamenti necessari per impiantare stabilmente la sua casa di produzione. Tra questi, c’erano due progetti in cui Lucas era coinvolto, ovvero THX1138, sceneggiatura scritta sulla base di uno dei suoi cortometraggi scolastici, e una sceneggiatura di John Milius intitolata Apocalypse Now che Lucas voleva dirigere. La Major accettò e Lucas iniziò la produzione di THX, con Coppola a fare da mediatore tra l'”artista” e l'”industria”, il che significò anche che quelli della Warner non ebbero un’idea chiara del film fino alla sua prima proiezione privata, avvenuta nel maggio del 1970.

THX venne accolto malissimo dai dirigenti della Warner, adducendo il fatto che non si trattava certamente di un film commerciale e proposero a Lucas di tagliare alcune scene. Lucas rifiutò e la Warner si vide costretta a togliere il “final cut” a Lucas ed impadronirsi del film, che venne “mutilato” di quattro minuti (“Hanno tagliato le dita al mio bambino“, dichiarò Lucas). Il film uscì nel 1971 e non ebbe alcun successo, lasciando a Lucas molta poca fiducia nei confronti della vecchia Hollywood. E sembra che Coppola disse a Lucas di smetterla di pensare solamente alla Science-Fiction e ai suoi film così astratti, e di cercare di fare invece un film che fosse capace di coinvolgere emozionalmente il pubblico: “prima di American Graffiti ho lavorato solamente a dei progetti per film negativi – Apocalypse Now e THX, due film molto “arrabbiati”. Sappiamo tutti, come ci è stato detto in ogni film negli ultimi dieci anni, quanto terribili siamo, gli errori che abbiamo fatto in Vietnam, come abbiamo rovinato il mondo, come sia tutto marcio attorno a noi. Andare al cinema era diventato deprimente. Allora decisi che era ora di fare un film che facesse sentire bene la gente dopo averlo visto, dove si sarebbero sentiti un po’ meglio all’uscita rispetto a quando sono entrati. Mi resi conto che i giovani avevano iniziato a perdere conoscenza di un certo passato, quello degli anni successivi alla seconda guerra mondiale, perché la controcultura degli anni sessanta aveva spazzato via tutto quello che non era considerato “cool”, e l’unica idea di cultura giovanile era rappresentata dalla droga. Quindi decisi di voler preservare, raccontandolo in un film, cosa provassero i teenagers americani negli anni cinquanta.

Nacque così l’idea di American Graffiti, che Lucas (prodotto da Coppola) diresse per la Paramount nel 1972, con un budget modesto di 750.000 dollari (THX ne era costati 1.200.000), che assicurava a Lucas un piccolo compenso iniziale, 20.000 dollari, ma il 25 per cento degli introiti del film se fosse andato in profitto. Il film fu girato in soli 28 giorni, montato nel garage dei Coppola, e presentato ad un pubblico di prova a San Francisco il 28 Gennaio del 1973. Anche se all’inizio la Universal era perplessa riguardo alla possibile accoglienza del pubblico nei confronti di un film così “nostalgico” e “retrò” (la versione americana de I Vitelloni secondo Lucas), il film aprì nell’estate di quell’anno ed ebbe un enorme successo, incassando più di cinquanta volte il suo costo. Lucas ne ricavò alcuni milioni di dollari, arrivando quindi alla meta espressa al padre in gioventù con un anno di anticipo (miliardario a 29 anni!).

Quando finalmente, grazie al successo, le porte di Hollywood si aprirono per Lucas, decise di lasciar perdere il progetto Apocalypse Now (che poi Coppola diresse e alle cui vicende produttive bisognerebbe dedicare un intero libro…) e di concentrarsi invece su un trattamento da lui scritto nel 1972 per un film di fantascienza basato anche su diversi miti, fiabe e sulle teorie di Joseph Campbell e Carlos Castaneda. Da quest’ultimo rubò un personaggio, uno sciamano di nome Don Juan, che divenne Obi-Wan, e la teoria della “Forza della Vita” che in Lucas, semplicemente, divenne “la Forza”.

Nel 1973 la lunghezza del soggetto era di sole tredici pagine, ma ciononostante si trattava di materiale preziosissimo per ogni studio, visto il successo di American Graffiti. Fu così che la 20Th Century Fox ne acquistò i diritti, pagando a Lucas 15.000 dollari per la prima stesura della sceneggiatura, 50.000 dollari per la versione definitiva e 100.000 dollari per il suo lavoro di regista; non molti, in verità, ma il contratto di Lucas prevedeva anche clausole che in apparenza sembravano piuttosto strane ai vecchi dirigenti della Fox, come ad esempio i diritti sulle musiche, sulla vendita delle registrazioni della colonna sonora, sui prodotti legati al film e sull’eventuale seguito del film…. clausole che permisero a Lucas, visto l’enorme successo di Star Wars di diventare uno degli uomini di cinema più ricchi del pianeta!

Lucas impiegò ben due anni e mezzo a scrivere la sceneggiatura di Star Wars. Sembra che sulla sua scrivania all’epoca troneggiasse una fotografia di Sergei Eisenstein, il grande regista e teorico del cinema russo, mentre un Juke-Box Wurlitzer suonava in sottofondo vecchi brani degli anni sessanta. Si dice che la figura del malvagio imperatore fosse stata ispirata dal presidente Nixon, coinvolto nello scandalo Watergate. L’Annikin Starkiller della prima stesura divenne Anakin Skywalker, padre di Luke. Sembra che il personaggio di Han Solo, indipendente sempre in conflitto con il sistema, fosse ispirato direttamente a Francis Ford Coppola, come certo l’assonanza tra Luke e Lucas è forte e da non ignorare.

Comunque, con 8.5 milioni di dollari di budget, il 25 Marzo 1976 Lucas riuscì ad iniziare a girare uno degli episodi della sua saga stellare. Le riprese di Star Wars si svolsero a Londra, presso gli studi di Elstree, probabilmente per avere maggiore indipendenza e minor controllo da parte dei dirigenti della Fox. Fu comunque una esperienza terribile per Lucas, perché la troupe di veterani inglesi non vedeva di buon occhio questo giovane americano alle prese con pezzi di plastica e cose pelose.

Miriadi di aneddoti circondano le storie di quello che per vent’anni fu l’ultimo film diretto da Lucas, e includono ammutinamenti della troupe, apparecchi meccanici che non funzionavano, attori decisamente poco preparati, o poco entusiasti dei dialoghi (sembra che Harrison Ford una volta disse a Lucas: “George, tu puoi anche scrivere questa robaccia, ma io non la posso dire!“). Spielberg si offrì addirittura di andare a dare una mano a Lucas e girare alcune scene con una seconda unità. Al suo ritorno in America, il regista iniziò ad assemblare poco soddisfatto il suo materiale girato assieme agli effetti speciali della appena fondata ILM, e poco dopo decise di organizzare una proiezione di Star Wars per i suoi amici registi, per raccogliere le loro impressioni e cercare di “salvare” il film. Anche questa ormai è leggenda ad Hollywood.

Fu cosi che nella sua casa di San Francisco, Lucas mostrò alla sua “ristretta cerchia” il prodotto semi-finito. Sembra che fosse Brian De Palma a esprimere le maggiori perplessità (“non si capisce niente di quello che succede“) mentre Spielberg fu quello più prodigo di complimenti (“secondo me incasserà almeno trentacinque milioni di dollari“… be’, alla fine un po’ di più, N.d.A.). Scorsese volontariamente rifiutò l’invito. Il film sarebbe dovuto uscire il 25 Maggio del 1977, e Lucas e sua moglie Marcia decisero di lasciare la città e prendersi una vacanza alle Hawaii, ma anche lì furono raggiunti dall’onda di Guerre Stellari. Il film fu un altro immediato successo, con gente in coda per ore ed ore per cercare di entrare ed incassi record in tutta l’America. Coppola, in quel momento nella giungla delle Filippine alle prese con Apocalypse Now, inviò un telegramma al vecchio amico che diceva solamente : “Mandami dei soldi. Francis“. Spielberg raggiunse Lucas alle Hawaii, e i due iniziarono a discutere di un progetto in comune che poi sarebbe diventato I predatori dell’Arca Perduta.

Raggiunto un tale successo, Lucas si ritrovò, a causa di esso, decisamente isolato. Gli altri colleghi registi iniziarono a sentirsi a disagio nei suoi confronti, vista l’enorme differenza che stava tra le loro carriere e la sua. Se gli altri “mavericks” continuavano a lottare ogni giorno con gli studi e le star esigenti, Lucas ormai era a capo di un impero finanziario che poteva permettersi ogni cosa. Fino a The Phantom Menace, non diresse più film, ma si trovò solamente a produrre film di altri. I suoi interessi diventarono principalmente la Industrial Light and Magic e lo Skywalker Ranch, lo studio di post-produzione abbinato alla casa in cui ancora oggi vive, dopo il divorzio dalla moglie Marcia, assieme ai suoi tre figli adottivi. Personaggio schivo, concede raramente interviste che non abbiano a che fare con i suoi film o gli ultimi ritrovati della tecnologia. Cosa sarebbe stata la carriera di Lucas se avesse deciso di girare Apocalypse Now invece di Guerre Stellari? Forse solo il vecchio saggio Yoda sarebbe capace, dall’alto dei suoi novecento anni d’esperienza, di poter formulare qualche ipotesi…

Apparso su “Guida completa a Star Wars: da Guerre Stellari a La Minaccia Fantasma“, Falsopiano, 1999

Massimo Benvegnù, saggista e studioso di cinema, ha pubblicato diversi libri sul cinema americano. Si occupa anche di produzioni audiovisive e di musica.

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