Athenaeum

Il Sublime

di Davide G. Canavero

 

Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace: è del tutto vero? Analizzeremo i segreti della grandezza e del gusto e proveremo a risolvere questo quesito, spiegando come e perché ci piace la saga di Lucas.

Duemila anni fa a Roma un anonimo critico compose in greco un’operetta sul “sublime” che (dopo un’enorme fortuna letteraria) oggi, riletta con gli occhi degli spettatori cinematografici —e dei fan di Star Wars— si scopre straordinariamente attuale.
L’Anonimo era uno spirito libero e nobile, un sognatore…la persona adatta ad apprezzare la nostra amata saga se solo fosse vissuto nel nostro tempo. Invece egli nacque in un’epoca in cui esisteva solo la parola e il libro era un lusso per pochi, comunque ritenuto meno incisivo della parola stessa. Il racconto veicolato dalla parola ascoltata era l’unico mezzo che davvero poteva infiammare gli animi secondo l’idea di quel tempo; sia che si trattasse di un discorso politico o di un bel pezzo di letteratura.
L’Anonimo era affascinato dall’idea del “sublime”, cioè tutto ciò che è grandioso e che può esaltare l’animo del pubblico. Daremo un breve sguardo alla sua opera perché con ogni probabilità quest’uomo, vissuto in un altro tempo e in un’altra cultura, ha provato le stesse sensazioni che noi abbiamo provato dinanzi ai film di Lucas, ha sentito lo stesso fremito dentro di sé, la stessa gioia, la stessa esaltazione; egli non provò queste sensazioni davanti a dei film, è vero, ma, come vedrà chi vorrà leggere queste righe, ciò che egli ha messo per iscritto nel tentativo di definire la sublimità letteraria si applica alla perfezione anche a quel medium nuovo e straordinario che è il cinema e che nella trilogia di Lucas ha vissuto (e ancora vivrà) alcuni dei suoi momenti più alti.

Cos’è il “sublime“?
L’Anonimo si occupa del “grandioso” letterario, intendendo con ciò quella sublimità che si manifesta nei momenti della massima tensione espressiva, quando la parola udita (o la musica ascoltata o le immagini di un film) raggiunge il pubblico con tanta forza da determinare una particolare condizione psicologica, i cui tratti più caratteristici sono il cedimento della dimensione razionale, uno stato di provvisoria alienazione mentale in cui il pubblico si identifica totalmente con il processo creativo dell’artista, una profonda commozione accompagnata da sensazioni di piacere e di entusiasmo che soggiogano e trascinano la mente di chi “subisce” questa sublimità.
In pratica ciò che abbiamo provato dinanzi a Star Wars. Tante volte ho cercato di afferrare questi concetti per esprimere ciò che Star Wars ha prodotto in me e negli altri fan… e infine li ho trovati qui, nell’esperienza di uomini di due millenni fa.
Quante volte nelle nostre manifestazioni di entusiasmo abbiamo detto di essere stati “travolti” dalla grandezza della saga, “commossi”, “trasportati” lontano, “estraniati” dalla realtà circostante?
Per definire questa condizione l’Anonimo impiegò parole come “estasi”, “entusiasmo”, “delirio”, “possessione”, che svelano un atteggiamento fondamentalmente irrazionale nei confronti dell’arte. Se, infatti, ancora una volta guardiamo a noi ci accorgiamo come non ci sia niente di razionale nel nostro gusto e nel nostro essere trasportati dalla grandiosità di Star Wars: non ci mettiamo davanti allo schermo osservando con pignoleria le immagini, giudicando e poi “decidendo” che ci piace: ci cattura e basta. Non ci convince con la ragionevolezza o in base a criteri scientifici o di altro tipo; è qui, nel mistero della sublimità, che sta quell’ampio margine che ci permette di amare alla follia anche ciò che può contenere qualche incongruenza o addirittura delle assurdità, delle cadute di tono, dei difetti.
Come dice l’autore Del Sublime: “il sublime trascina il pubblico non alla persuasione ma all’estasi perché ciò che è meraviglioso s’accompagna sempre a un senso di smarrimento e prevale su ciò che è solo convincente o gradevole, dato che la persuasione, in genere, è alla nostra portata, mentre esso, conferendo all’opera un potere e una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore” (1,4).
Il sublime è allora il momento in cui percepiamo che l’opera che stiamo apprezzando ci supera; e forse ci sopravviverà per il suo valore e per la sua forza.

Uomini grandi per opere grandi

L’Anonimo aveva fiducia che la letteratura (e noi aggiungiamo: tutte le forme d’arte) potesse modellare un’anima e viceversa che una grande anima potesse interamente riversare se stessa in un’opera d’arte, ad esempio un film (o una saga intera). Il trattatello Del Sublime oltre che opera di estetica letteraria diventa allora un’opera etica, dato che il sublime non è altro che il prodotto di una grande personalità morale.
Che cosa significa? Be’, provate a immaginare persone indifferenti o particolarmente materialiste e aride (forse ne conoscerete molte…): provate a pensare se gente di questo tipo avrebbe mai potuto generare nel proprio intimo un’opera come Star Wars? Non vi è mai capitato di pensare, magari dinanzi a qualcuno che era insensibile al fascino della saga, che in lui doveva mancare un’ispirazione, un certo amore per la poesia, per la fantasia, per gli ideali eroici, ecc. tutto ciò che, insomma, troviamo in Star Wars? Che doveva esserci una luce spenta da qualche parte dentro di lui? Come si fa a non amarlo, abbiamo pensato tante volte!
Un’opera rivela molto del suo autore, il che può apparire anche ovvio a noi moderni (ma, si sa, le cose ovvie sono quelle più in pericolo proprio perché date per scontate). Ma c’è di più: la sublimità dell’opera rivela molto anche su colui che la ama: il sublime nasce nel cuore dell’autore, si riversa nell’opera e riecheggia nel pubblico, almeno in una parte di esso.
In cosa consiste questa “grandezza morale” che, diciamo così, caratterizza il popolo di Star Wars(chi lo crea e chi lo ama)? Nella facoltà di concepire pensieri nobili, di sognare, di credere in certi ideali, nella bellezza del mondo, nella realtà del conflitto tra il Bene e il Male e nella vittoria del primo, vittoria continua e strutturale all’universo stesso (il Bene vince, e che le cose esistano piuttosto che no…ne è già una prima, remota prova).
“Un vero oratore (= autore) deve evitare pensieri meschini e ignobili, perché non è possibile che chi coltiva per tutta la vita pensieri e occupazioni miseri e servili possa produrre qualcosa di meraviglioso, degno di fama immortale, dato che è logico che siano grandi i discorsi (=le opere) di coloro i cui pensieri sono profondi”.
Così diceva l’Anonimo pensando a colui che doveva produrre le opere per il pubblico: a quel tempo si trattava discorsi. Se attualizziamo il suo pensiero potremmo dire che: “l’autore di film (o meglio di miti, incidentalmente sotto forma di film) non deve farsi servo del tempo presente e inchinarsi alla bruttezza del mondo contemporaneo ma essere capace di sognare, proporre ideali in cui credere, insegnare qualcosa di eterno per restituire la bellezza al mondo”.
Che cosa fa per il mondo chi, con la scusa di rappresentare la realtà contemporanea, riempie i film di sesso e violenza, in verità solo per solleticare gli istinti più facili e avere successo al botteghino? Che cosa fa per noi? Ci migliora? Io non lo credo.
Credo che ciò che ci migliora sia tutto ciò che ci innalza sopra la nostra miseria quotidiana permettendoci di sognare, pur senza svellerci completamente dal mondo in cui viviamo e facendoci perdere il contatto con la realtà (il che sarebbe controproducente). Forse questo rischio si corre in Star Trek, dove molti si identificano del tutto nei loro beniamini a livelli di pura paranoia; ma non in Star Wars, che è nel suo senso più antico uno “spettacolo” da godere, che quando termina non continua nella realtà se non per insegnarci poche, fondamentali verità piuttosto che tante piccole episodiche lezioncine. Non riesco a fare a meno di pensare alla spiritualità quando parlo di pensieri profondi e verità fondamentali: non è un caso che proprio la spiritualità di Star Wars sia uno degli elementi che fanno sorridere certi “morti viventi” che vanno predicando che l’uomo è il suo corpo, che i sogni vanno bene per i bambini e che bisogna occuparsi solo della realtà, e che infine l’arte deve imitare la realtà, la società e la scienza e non fantasticare di “principesse dello spazio e cavalieri senza macchia e bacchettoni”.
Solo chi nutre pensieri profondi e nobili può produrre i capolavori veri (e dunque i momenti di vero sublime): infatti che cos’è mai il sublime se non, come scrive l’Anonimo, “la risonanza con una grande anima”? Per lui sublime non era l’arte per l’arte, ma quella mossa da un’esigenza morale (non “moralistica” in senso deteriore, attenzione). Solo là dove c’è il desiderio di insegnare qualcosa può esserci arte.

Esigenze morali e didascaliche (“avere qualcosa da dire”)

Le grandi opere sono grandi favole: gli esempi gloriosi che in questo secolo balzano in mente sono, ancora e sempre, Lord of the Rings e Star Wars, i due massimi capolavori, due opere ignorate dalla cultura ufficiale idiota che le crede (per cupa e ottusa ignoranza) opere “per l’infanzia” e più estesamente “per il pubblico”. Stolti e immemori del passato, quando le grandi opere erano appunto per il pubblico. Omero era patrimonio di tutti, non solo dei “colti” o sedicenti tali.
Lord of the Rings e Star Wars, ancora, sono due trilogie, due “sante” opere, luminose, e…religiose (in un certo senso), due favole splendide, eterne, destinate a vincere su tutto il resto e a superare il tempo perché insegnano la verità: la lotta tra il Bene e il Male, lotta che questo secolo materialistico ha voluto perentoriamente smitizzare in nome della propria compiaciuta degradazione, presentata come l’unica impellente verità! Insomma un secolo che ci ha chiesto di non sognare e ci ha sgridati, comandandoci di credere alla scienza e solo alla scienza, e di uccidere Dio. Chi a questa visione si ribella, pur riuscendo sorprendentemente ad appassionare ed infiammare molti, non può non attirarsi nemici.
Solo un grande impulso morale, diremo per tornare al nostro tema, può dare vita al capolavoro. Questo non significa che tutto debba configurarsi come la favola idealizzata e tipica, con la sua morale: “la favola mostra che…”. Non è necessario essere catechizzati in questo modo. Quello che vogliamo far capire (e che secondo noi proprio in Star Wars si realizza pienamente) è che l’opera migliore è proprio quella che non guarda in faccia a nessuno, a nessuna moda (come fa Star Trek, che le mode le insegue) per dire la verità, quella profonda, l’unica, alla quale tutte le altre sono riconducibili, senza la quale tutte le altre non hanno senso.
Il “sublime” e il “buono” sono forse inscindibili.

L’Anonimo scriveva anche per noi

Il Del Sublime dell’Anonimo inaugurò questa idea del sublime e inaugurò pure la critica letteraria, la prima ad essere nata (capostipite anche di quella cinematografica): nelle sue pagine la letteratura si configura per la prima volta come memoria culturale di una civiltà, qualcosa che diviene paradigma con cui confrontarsi.
L’anonimo critico fu tra i primi a prendere coscienza del fatto che le opere vanno pensate non solo per il proprio tempo ma anche per i posteri. Così, avverrà che il sublime finisca il più delle volte per trovarsi in quelle opere che hanno una validità universale e una bellezza eterna. Per l’autore che tende al sublime, alle grandi opere dalle grandi ispirazioni, i posteri rappresentano il pubblico ideale, così come i grandi del passato sono i modelli con cui egli stesso deve gareggiare. Lucas non si è forse confrontato con la mitologia mondiale del passato prima di crearne una moderna? E, aggiungo, la sua opera non tramonterà tanto presto.
L’Anonimo sognava una specie di grande “biblioteca universale” del sublime, in cui ha accesso solo quello che è indiscutibilmente grande e perciò unanimemente ammirato per l’eternità: la presa di Troia, i viaggi di Ulisse, la poesia di Dante e Shakespeare, la vicenda dell’Anello di Tolkien, la grande saga di Anakin Skywalker…e altre opere del futuro.
Anche l’Anonimo, redigendo il suo trattatello, riteneva che il suo pubblico ideale fossero i posteri. Egli scriveva anche per noi, e, una volta tanto, era il primo ad esserne cosciente.

Il sublime…siamo noi

Ma torniamo a sottolineare un aspetto molto gratificante anche da esporre, cioè il fatto che il sublime è soprattutto un metro che commisura la dimensione di chi vi si accosta. Non vi è mai capitato di “sentirvi” grandi mentre respiravate la grandezza…diciamo quella di Star Wars?
Chi vi si accosta (al sublime) non è, infatti, solo lo scrittore, ma anche e soprattutto il pubblico, perché tra i due poli della comunicazione si stabilisce un forte legame di empatia: solo quando l’anima dell’ascoltatore “vibra all’unisono” con quella dell’autore, solo quando egli si trova in uno stato psicologico di tesa sospensione, in cui i limiti della propria personalità si annullano, si può giungere a percepire la sublimità, che associa alla stessa esperienza estatica il “poeta” che crea e il pubblico cui si rivolge.
Il sublime è dunque innanzitutto un processo di “riconoscimento” della grandezza di uno spirito, della profondità di un’idea, della genialità di una trovata, dell’emozione profonda che scaturisce dalla parola o dalla musica o dall’immagine cinematografica o da tutto questo insieme. E questo “riconoscere” si spiega con la certezza (o piuttosto con l’illusione?) che tutti siano partecipi e consapevoli dell’esistenza del sublime, che la tendenza ad esso sia radicata naturalmente nell’uomo e costituisca uno dei degli aspetti più profondi della psiche. L’esperienza insegna invece che gli insensibili sono molti. “Il nostro animo” scrisse l’Anonimo “possiede quasi per natura la capacità di esaltarsi davanti alla vera sublimità”.

Qualcuno obietterà: non amare Star Wars è possibile perché i gusti sono infiniti. Certo, ma questo non significa affatto che l’opera sia inferiore a quelle antiche, perché neppure esse (ad esempio i poemi omerici o quelli cavallereschi), che pure hanno ottenuto il pieno consenso delle élite culturali, garantiscono al cento per cento l’apprezzamento da parte del pubblico. Inoltre Star Warsrichiede un’alfabetizzazione scientifica e fantastica notevole, unica barriera alla sua “eternabilità” (ma niente paura: i suoi messaggi sono eterni).
Il corollario di questa riflessione è che la vera grandezza non può dipendere dal giudizio ma solo da criteri oggettivi; un’epoca può non amare un’opera, ma questo la scalfisce? No.
Che Omero sia “sublime” è un fatto opinabile o no? Io credo di no. Solo le opere che non superano la barriera del sublime possono davvero dipendere dal giudizio; ma i “classici” (e Star Warsè tra loro, come dimostriamo altrove) non sono in discussione perché sconfinano in un campo di autentica oggettività, di valore qualitativo “assoluto”, slegato dalle opinioni; l’opinione di chi non li ama ha mero valore soggettivo e dipende da fattori quali:

– la scarsa o mancata conoscenza dell’argomento (come dimostra il fatto che il 99% delle persone che non amano e/o criticano Star Wars in realtà non lo conoscono affatto e si sono limitate a una visione molto superficiale persino dei soli film: non parliamo quindi di conoscenza della mitologia nel suo complesso al di là del mero fatto cinematografico)

– la mancata “alfabetizzazione” nel genere di quell’opera (chi non riesce ad amare Omero perché digiuno di cultura classica, chi Lord of the Rings perché digiuno di fantasy, chi Star Warsperché digiuno di fantasy e fantascienza, insomma una lontananza culturale).

È lecito dire “per me questo classico non è grande”, ma resta un’opinione. Se noi fissiamo dei punti fermi oggettivi sulla grandezza di Star Wars essi resteranno validi al di là del giudizio delle singole persone. Sarà lecito dire “a me non piace” ma non “non vale niente” o “vale poco”, perché sarebbe falso. E così, dire “io preferisco xyz”; ma non: “xyz è meglio di Star Wars” quando avremo analizzato il suo valore culturale oggettivo e chiarito che non ha eguali nel nostro tempo.

Impossibile non amarlo?

Tutto ciò può suonare come un dispotico “lo devi amare a tutti i costi”. Niente di tutto questo: ognuno è libero di esercitare il proprio gusto; ma non dimentichi che i classici sono modelli culturali con i quali fare i conti. Se poi costui vuole giustificare la sua disaffezione verso di essi dovrà cercare delle ragioni oggettive, se mai le può trovare. È pensabile che qualcuno se ne venga fuori oggi con “solide” ragioni per dire che Omero non è poi questo capolavoro? No, e così neppure per gli altri classici. L’avversione per questo o quel classico, di fatto, è e resterà un’opinione: corretta come opinione, ma sbagliata come valutazione oggettiva. Non puoi dire che un’opera fa schifo perché fa schifo a te, perché questo può dipendere da mille ragioni: potrai dire che fa schifo in assoluto solo dopo aver dimostrato che oggettivamente è carente, vuota, inutile, non merita l’importanza attribuitale, ecc.
Ancora una volta, è il tempo il giudice, non i singoli.
E se una grande massa di persone ha amato Star Wars (e soprattutto, a differenza di altre saghe o serie contemporanee, l’ha tenuto in vita per anni senza avere nulla di nuovo con cui nutrire la propria passione) qualcosa dovrà pur significare.

Allora usciamo allo scoperto e non abbiamo timore di esplicitare l’assunto fin qui inconfessato: Star Wars non può non piacere. Se non piace è perché manca qualcosa nell’individuo. Questa è la lezione dell’Anonimo Del Sublime: il sublime in un’opera è una grandezza oggettiva che viene riconosciuta da chi già la possiede in sé. Non amare certi classici, non emozionarsi dinanzi ad essi è un cattivo segno, un segno di insensibilità culturale (magari solo transitoria: rimossa l’ignoranza in un certo genere narrativo, ad esempio, si può scoprire e apprezzare ciò che prima appariva lontano).
Certo, con affermazioni simili il rischio è di fare andare Star Wars di traverso a chi già non lo ama. Ma bisogna pur dire la verità.
“Tutti gli uomini hanno dentro di sé la percezione innata della grandezza” ma, aggiungiamo noi sulla base dell’esperienza, questa percezione innata spesso viene offuscata da molte variabili culturali e psicologiche, sicché al momento opportuno, dinanzi al sublime, non tutti riescono a riconoscere la grandezza.
Si tratta di educazione e di gusto. Queste “variabili” culturali e psicologiche orientano i nostri gusti e ci costringono a restringere il campo del nostro “gusto” in senso lato: questo è il prezzo della nostra maturazione: spesso, anziché imparare ad apprezzare campi nuovi, ci chiudiamo sempre più nelle nostre abitudini culturali e, appunto, nei nostri gusti; così, certi classici non vengono da noi riconosciuti come tali e debitamente apprezzati; ma non per questo essi valgono di meno. Il non apprezzare un classico è una mera carenza dell’individuo. Il problema riguardo a Star Wars è che per ora non è ancora riconosciuto come classico dalla cultura alta. Questa è la grande sfida.

Nati per il sublime

La sublimità intesa dall’Anonimo consiste nel vedere rispecchiata in quella di un altro la propria grandezza, così che essa diventa una constatazione su quanto siano estesi i confini della mente umana. Avete presente la meraviglia provata dinanzi a certe scene della saga, le riflessioni sul genio di Lucas e su quali fantastiche creazioni sia capace di produrre la mente umana? O lo stupore per un colpo di scena perfetto e del tutto logico ma al tempo stesso emotivamente sconvolgente? Fu pensando le stesse cose che quel critico di due millenni fa cercò di definire la sublimità.
Il sublime si ha, come si è detto, quando ci scopriamo grandi a contemplare la grandezza. Questo senso dell’infinita estensione della mente umana era caro all’Anonimo: “allo slancio del pensiero e della riflessione umana non basta l’universo intero, poiché spesso la nostra mente oltrepassa i confini dai quali è racchiusa, e chi consideri la vita nella sua complessità e veda quanto potere ha su tutti ciò che è straordinario, grande e bello, subito capirà lo scopo per cui siamo nati”.
Siamo nati per contemplare la grandezza, insomma, e per emozionarci dinanzi ai capolavori sentendo il nostro animo fondersi con quello dell’artista.
Non a caso molti fan di Star Wars dicono spesso: “sono nato per questo” oppure “lo aspettavo / desideravo da tutta la vita” o “la mitologia della mia vita”.

Un momento di infinito

Il riconoscimento del sublime è un processo del tutto irrazionale, a differenza di quello di cui aveva parlato Aristotele. Per l’Anonimo non è questione di analisi razionale dell’opera: l’emozione è improvvisa e prescinde dalla ragione.
Proprio perché si tratta di qualcosa di momentaneo, il sublime non si può applicare a opere intere: non esistono in assoluto opere interamente “sublimi” (cioè interamente perfette e assolute) dal principio alla fine. Esistono i momenti sublimi, e possono essere letteralmente qualunque cosa; nel lessico odierno c’è un’espressione molto pittoresca e chiarissima: “mi esalta”. Questo è precisamente il sublime (purché la cosa sia condivisa da molti: uno potrebbe anche “esaltarsi” per qualcosa che riguarda lui solo).
Volgarizzando diremo che i momenti sublimi sono i momenti più “riusciti”, come si dice, in un’opera: libro, film, musica.
Così, esistono due livelli di valutazione di un’opera. Mentre la scaltrezza dell’invenzione, la costruzione della trama e l’abilità formale traspaiono alla fine (giudizi a freddo, razionali e a posteriori) non da uno o due passi particolarmente riusciti, ma dall’insieme dell’opera, “il sublime che appare nel momento opportuno sconvolge tutta la materia, come un fulmine, e dispiega tutta la potenza dell’autore”: quella sulla sublimità è un’emozione a caldo più che un giudizio, ed è estemporanea e di breve durata; eppure si imprime nella memoria.
Perciò film come quelli di Star Wars, che pure non possono dirsi perfetti sotto tutti i punti di vista e che, analizzati razionalmente nel loro complesso da gente distaccata, mostrano solo i loro difetti, alle persone dotate di sensibilità piacciono in virtù dei momenti sublimi che esse sanno riconoscere e vivere emotivamente. I passi sublimi nella nostra saga sono tanti e tali da mettere in ombra qualunque difetto, ed è qui che Star Wars vince la sua sfida, contro qualunque ingenuità d’impianto narrativo o carenza recitativa.
Chi la sublimità non la sa riconoscere (per mille ragioni, sostanzialmente perché ha il cuore chiuso e non vuole lasciarsi trasportare nella fantasia) vedrà solo i difetti formali.
Ci sarebbe da aprire una lunga pagina sul “fanciullo presente in ciascuno di noi”: dirò solo questo, cioè che il giudizio su Star Wars è forse uno degli indizi più chiari per scoprire se una persona ha conservato dentro di sé la propria parte infantile e in pace con se stessa. Le persone tormentate e “complicate” in genere sono irritate da Star Wars. Ma di questo parleremo altrove.
Per tornare ai momenti sublimi citiamo ancora il pensiero dell’Anonimo: proprio perché abbiamo capito che è opportuno parlare di momenti sublimi dovremo riconoscere che un’opera nel suo insieme, come già abbiamo detto, non potrà essere sublime, poiché la sublimità è un effetto istantaneo che si esaurisce nel momento stesso in cui viene percepito; un po’ come la felicità, il sublime fa parte di quelle percezioni dell’assoluto che sfuggono all’uomo; proprio perché il raggiungerle è già un averle superate.
Il sublime può consistere anche in una sola idea. Ecco allora che si rivela nella sua natura: non è qualcosa di formale, ma è una speciale funzione dell’arte che agisce sulla nostra psiche. Per l’Anonimo, come per Kant, la vera sublimità risiede nell’animo di colui che giudica e non nell’oggetto in sé. Non è un caso che si torni sempre a questo concetto: esso è il punto centrale del nostro discorso. Star Wars è grande e noi siamo grandi. Nessuno si esalti, non è proprio il caso: si tratta solo di avere il dono di una certa sensibilità che altri non possiedono.

Tuttavia non si deve pensare che non ci sia legame tra la sublimità e la qualità, diciamo così, “tecnica” di un’opera. Un libro mal scritto, una musica mal suonata, un film mal fatto ben difficilmente potranno sfiorare il sublime anche solo estemporaneamente.
L’Anonimo, analizzando i meccanismi che producono la sublimità, individuò cinque fonti da cui può scaturire il sublime:
– la capacità di grandi concezioni: pensare in grande, potremmo dire noi banalizzando. Qui rientra qualunque discorso relativo alla genialità di un creativo come Lucas; il genio visionario, l’ambizione creativa, l’audacia nel fantastico, l’ispirazione emotiva ed etica, l’idealismo, l’eroismo, ecc.
– una passione violenta e ispirata: ci vengono in mente i poeti maledetti e i geni creativi romantici alla Goethe o Beethoven che compongono in preda a un invasamento. Ma è sufficiente pensare a un autore che crea “ispirato” e con onestà intellettuale. Crea quello che desidera, come lo desidera, libero da pressioni e condizionamenti e, soprattutto, aspira ai temi grandi ed eterni.

Queste fonti del sublime sono innate; ce ne sono poi altre che si apprendono con la tecnicarelativa al medium per cui si crea: e saranno allora regole di retorica, stile e composizione letteraria, oppure conoscenza della musica o (nel caso che ci riguarda) conoscenza dei mezzi e dei linguaggi del cinema (rimandiamo ad altrove una discussione su Star Wars come nuova mitologia che supera il fatto meramente cinematografico per divenire un vero mito moderno ed eterno, patrimonio collettivo riscrivibile e riutilizzabile da tutti come libro o in altra forma; in soldoni: Star Wars non è solo un bel gruppo di film ma una magnifica e solida mitologia in sè, e questo troppo spesso è passato sotto silenzio. Spesso si confronta Star Wars con le altre opere usandolo solo come “film”, ma in realtà è molto di più, è già andato molto oltre il film).
Che Lucas sia un bravo cineasta nessuno lo mette in dubbio: ecco allora che il sublime che è riuscito a infondere nelle sue opere si spiega proprio nella sua grandezza d’animo, nella sua ispirazione sincera e nella sua abilità tecnica (che comprende tante altre abilità particolari).

Se il sublime è un fenomeno psicologico esso può risiedere davvero in tutto: in Star Wars lo possiamo trovare in:
un momento di lirismo che ci emoziona: gli insegnamenti sulla Forza, Luke che osserva il tramonto dei soli gemelli, vero e propri quadro “romantico” che tanto ricorda il celebre dipinto Viandante sul mare di nebbia di C.D. Friedrich (natura ed emozioni in “sympatheia”).
una scena che ci esalta per la sua potenza: una grande scena di battaglia piena di eroismo e dal sapore di “evento storico” in diretta, oppure un grande duello in cui si scontrano eroi ma soprattutto scelte morali.
un dialogo memorabile: che sia tale per la sua efficacia e semplicità.
un paesaggio memorabile: alieno e realistico al tempo stesso, come solo Lucas ha saputo fare.
un movimento musicale memorabile: tenendo conto che spesso musica e immagini si fondono con eccezionale efficacia nella saga di Star Wars è facile intuire quale tipo di “eco” del sublime si generi tra idea, immagine e musica.

Il sublime è uno (l’abbiamo definito) ma molte sono le vie per giungervi. Questo deve aiutarci a scardinare il sistema chiuso e manualistico con cui si intende, ad esempio, un “bel film”. Star Wars, secondo alcuni, non sarebbe un “bel film” perché non recitato in maniera eccezionale, perché privo di una profondissima analisi psicologica dei personaggi, perché non fa riflettere sui problemi contemporanei (!), ecc. Così, secondo questo giudizio superficiale, finirebbe per non essere sublime del tutto, non solo in certi aspetti.
L’Anonimo con la sua operetta scardinava proprio un’analoga precettistica chiusa (in letteratura, il campo che gli competeva): non c’è uno “stile sublime” da imporre a tutti perché il sublime può trovarsi in un “nudo pensiero” come in una elaborata sequenza di parole, può stare nella forza di un momento di suprema tensione emotiva, come nell’abbandono sensuale ai valori musicali delle parole, cioè nell’autonomia del “significante“. Niente paura: se traduciamo nel nostro settore questo concetto vedremo che ci svelerà cose piuttosto interessanti per Star Wars.
Ripensiamo a un’accusa mossa ai nostri film, cioè quella di essere solo uno “spettacolo” e basta, qualcosa che non coinvolge l’intelletto, non fa riflettere e maturare, ed è solo divertimento, solo intrattenimento leggero. Ebbene, l’Anonimo rivendicava il “bel suono della parola” (per noi = momento di bellezza formale del film, momento di “evasione”) come fonte di sublime del tutto congrua e prolifica, cioè vera opera d’arte al pari di altre più celebrate.
Se poi teniamo conto che Star Wars i contenuti li ha eccome, contenuti di tipo mitico perfettamente degni di quelli antichi… le accuse di mancata “dignità” di opera d’arte si dimostrano false (ma avremo modo di confutarle più nel dettaglio).

Sublime non è ciò che è semplicemente bello e neppure straordinariamente bello (si pensi alle esaltazioni di certi presunti “maestri” del cinema); piuttosto esso va cercato in ciò che è sconvolgente e provoca sbigottimento, sorpresa o addirittura spavento.
Su questo punto il Romanticismo insisté molto: il sublime non nasce dalla contemplazione di una forma d’arte semplicemente bella (o formalmente bella, bella secondo i canoni della critica, ad esempio) ma ha la sua radice nei sentimenti di inquietudine e di orrore suscitati dalla dismisura e dalla percezione dell’infinito, da quel senso misto di sgomento e piacere determinato da ciò che è assolutamente grande e che suscita nell’uomo il senso della sua fragilità di fronte al tempo e alla natura. Nel genere fantastico si parla di “sense of wonder”.
La visione del tramonto dei soli gemelli o della città delle nuvole sospesa in un quadro naturale magnifico sono fonte di sgomento; e così l’immane Morte Nera o le storie sui Jedi che hanno salvaguardato la Repubblica per mille generazioni sono tutti elementi che “sconvolgono” (si fa per dire) e straniano dal nostro mondo; ci pongono dinanzi all’infinito e ci atterriscono: ci fanno percepire con una fulminea intuizione che ci troviamo dinanzi a un universo fantastico immane e antico e non privo di credibilità. Proviamo piacere e terrore al tempo stesso: lo spazio e il tempo ci schiacciano. Ecco i “grandi pensieri” dei quali è capace un autore che sappia suscitare il sublime.
Ma naturalmente il sublime può sgorgare anche da fonti opposte a queste, da piccole cose, dai drammi umani, che però, a ben guardare, sono sempre grandi come tutto l’universo per chi li prova; e per noi, se con loro ci identifichiamo. Ecco allora che il sublime è sempre una sconvolgente, istantanea percezione d’infinito che chiama in causa il nostro spirito, la nostra grandezza e quella dell’autore, che diventano tutt’uno.
Tra autore e pubblico si può venire a stabilire una forma di “contagio estetico”: la compartecipazione alla creazione dell’opera da parte dell’uno e degli altri è un concetto caro all’Anonimo. Si stabilisce una stretta contiguità: se l’autore è grande quando sa nascondersi dietro la sua opera e sa farsi “trasportare” da essa, così il pubblico viene preso dal suo stesso rapimento: all’ispirazione del primo fa riscontro l’emozione estetica degli altri, che si realizza in un’esperienza di regressione psicologica durante la quale si annulla la percezione dell’io e il destinatario si appropria, quasi con un’improvvisa ansia di onnipotenza, di ciò che non è suo: diviene tutt’uno col poeta, gli pare d’avere egli stesso creato l’opera.
La prova che non si tratta di discorsi campati in aria è data dal fatto che tante volte ci siamo emozionati e abbiamo detto: “quanto vorrei averlo fatto io” o addirittura abbiamo provato l’illusione momentanea di essere gli autori dell’opera. Nella mia esperienza personale queste emozioni ci sono, e sono certo che non sono l’unico…
“Il nostro animo possiede quasi per natura la capacità di esaltarsi davanti alla vera sublimità” per cui si “riempie di un nobile orgoglio”. Insomma la grandezza ci gratifica perché fa sentire grandi anche noi.

Facebook Comments

You Might Also Like

image
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: