Athenaeum

L’infantilizzazione dell’opera di Lucas

di Davide G. Canavero

Vecchio da giovane

Agli inizi della sua carriera George Lucas era un uomo e un regista molto diverso da oggi. Non ci stupisce, poiché l’evoluzione è parte della vita di tutti. Ci interessa piuttosto vedere come è cambiato il creatore di Star Wars.
Perché qualcosa è cambiato di certo.

Fine anni ’60, inizio ’70. Come raccontato negli articoli di questa sezione del sito, Lucas è un giovane regista pieno di idee innovative. Realizza dei corti geniali, scrive un film maturo come THX 1138, una storia cupa dove la dimensione della favola in senso stretto è del tutto assente. Poi ottiene il successo di pubblico con American Graffiti, un affresco scanzonato —ma poetico e amaro— di una generazione passata, che è poi la sua; un film pieno di nostalgia, ma certo non per bambini.

Mentre già lavora su Star Wars si ventila nientemeno che il progetto di Apocalypse Now, durissimo film sul Vietnam che lo stesso Lucas potrebbe essere chiamato a dirigere. Alla fine gli eventi lo porteranno invece a realizzare il proprio sogno nel cassetto, il primo film di una saga nella quale nessuno crede, perché troppo naif e campata per aria, e che invece gli darà un successo senza limiti, una fama immortale; tuttavia anche Star Wars: A New Hope non è un film solo per bambini e soprattutto non è un film sui bambini. Il tono della storia è solo in parte fiabesco: c’è la commedia sofisticata, con le punzecchiature tra i personaggi e le battute taglienti; non c’è praticamente traccia del politicamente corretto, e c’è spesso un pathos lirico che i bambini non possono cogliere del tutto. Certo non si presenta come un film d’essai, può effettivamente sembrare naif, un’avventura alla Flash Gordon pensata per i ragazzi o almeno per quella parte del giovane che sopravvive nell’adulto; ma stranamente (significativamente?) non vi compare mai nemmeno un bambino. Se fosse vero che il referente finale, nonché tema sommerso, è il bambino, questo sarebbe sempre ben celato sotto la superficie della narrazione. Un film che rimanda al bambino in noi senza mai mostrarlo metasemicamente.

Per non parlare de L’Impero colpisce ancora, nel 1980, nel quale il carattere maturo della storia si accentua e si allontana ulteriormente dall’immaginario dell’infanzia, compiendo un itinerario metafisico nel regno della spiritualità e della tragicità. Anche qui, nessun bambino appare mai in scena.

1981: è la volta de I Predatori dell’Arca perduta. Lucas passa a Spielberg —che molto spesso impiega i bambini nei suoi film— il progetto delle avventure elettrizzanti di Indiana Jones, avventuriero, archeologo e tombarolo degli anni ’30. I Predatori ottiene come previsto un enorme successo: è un mix di avventura, azione e mistero sacro. E non è un film per bambini, anche se essi compaiono una tantum a protezione di Indiana Jones in una scena.

Giovane da vecchio

La grande svolta nell’approccio di Lucas alle proprie opere avviene, a mio giudizio, intorno al 1982. Lucas divorzia dalla moglie Marcia. Non hanno avuto figli. Da quel momento il regista adotterà dei bambini; e parallelamente li metterà in ogni sua produzione, in modo sistematico. Che sia causa della sua situazione personale o dell’influsso diretto dell’amico Steven Spielberg non è facile dire; lascio l’analisi rispettivamente agli esperti di psicologia e storia del cinema. L’unico dato certo è che i bambini, completamente assenti nei suoi film fino a quel momento, cominceranno all’improvviso a popolare le sue opere. Tutte le sue opere.

Questa fase post-1982 coincide, forse non a caso, con la parabola discendente della creatività del regista e in generale delle produzioni targate Lucasfilm. Già l’ultimo film della trilogia di Star Wars viene giudicato per certi versi debole; da allora in avanti Lucas non realizza più nessun vero capolavoro, ma soltanto “buoni” film, e persino un paio di sonori fiaschi.

Il peso della fama, la severità della critica? Sicuramente; ma la coincidenza con la svolta “infantile” della sua poetica artistica non può essere casuale.
Passiamo brevemente in rassegna tutte le produzioni cinematografiche e televisive Lucasfilm successive al 1982:

1983Il Ritorno dello Jedi: il film viene scritto ancora nel 1981, e infatti —a ben guardare— non vediamo bambini in scena. Ma non possiamo fingere di non vedere gli ewok, torme di orsetti interpretati da attori e comparse nani. L’immaginario infantile ha ormai fatto irruzione in Lucas e gli ewok sono gli apripista di un vero e proprio esercito di ragazzini che invaderanno i mondi lucasiani.

Come corollario della realizzazione di ROTJ ci piace rimarcare il fatto che il regista decide proprio in questo periodo di girare, quando verrà il momento opportuno, e comunque non prima degli Anni ’90, una seconda trilogia, ambientata prima di quella, fortunatissima, appena conclusa: saranno dei “prequel” (termine che da allora si diffonderà sempre di più), cioè film che torneranno indietro nel tempo per raccontare le avventure del giovane Anakin e del giovane Obi-Wan. L’imponente slavina della regressio ad infantem (1) è già in moto nella psicologia di Lucas.

1984Indiana Jones e il tempio maledetto: è il primo film in cui i bambini fanno un ingresso in scena totalizzante e debordante. Sono innumerevoli, più numerosi degli ewok di Jedi. Sono centinaia. Si comincia con un personaggio comprimario, il piccolo Shorty, ragazzino cinese che fa da spalla a Indy per tutto il film. E si finisce con una miniera nella quale i malvagi thugs tengono in schiavitù un esercito di bambini dei villaggi indiani. Indiana Jones e Shorty, ovviamente, li salvano.

Non finisce qui. L’intervenuta compulsione lucasiana a tornare indietro nel tempo, a “ringiovanire” comunque e sempre ogni cosa e ogni personaggio lo spinge ad ambientare il secondo film della trilogia di Indy (considerato il meno valido non solo per i troppi bambini) un anno prima de I Predatori, nel 1935: è una prima prova generale di prequel?

1984L’avventura degli Ewoks: Lucas produce questo film per la TV tornando all’universo di Star Wars, anche se soltanto “di striscio”, vista l’assenza dell’Impero, dell’Alleanza ribelle e dei Jedi. A conti fatti non è davvero SW, ma un’innocua favola puramente fantasy, interpretata da nani e dai due piccoli protagonisti pateticamente separatisi dai genitori, utile soprattutto a preparare il terreno a Willow. Anche L’avventura è un prequel, ambientato com’è prima di ROTJ: insomma, le avventure del giovane —non importa di quanto— ewok Wicket W. Warrick (un tripudio di “w” che suona vicino a “Willow”), interpretato dal solito attore nano Warwick Davis.

Sugli ewok verrà più tardi realizzata una serie a cartoni animati, naturalmente per bambini.

E naturalmente ambientata ancora prima.

1985Droids’ adventures: la serie animata dedicata agli amatissimi droidi di Star Wars C-3PO e R2-D2: il cartone è mirato ai bambini, ancora, e, ancora, è ambientato molti anni prima del primo film della trilogia, per raccontare “le avventure dei giovani droidi”. Già a questo punto (siamo a metà degli anni ’80) l’ossessione lucasiana del ringiovanimento, della regressione nel tempo e nell’infanzia avrebbe dovuto se non preoccupare quantomeno sorprendere gli osservatori più attenti. Benché il regista non sia sempre coinvolto direttamente nella realizzazione di queste produzioni, mantiene su di esse la supervisione e una generica “paternità”.

1985Labyrinth: favola gotica e visionaria con David Bowie. Per quanto possa sembrare sorprendente e innovativo la protagonista è una ragazzina.

1986La Guerra degli Ewoks: secondo film TV dedicato agli ewok e ai bambini. La minestra è sempre la stessa.

1986Captain Eo: Lucas non è del tutto incolpevole nella stramba produzione fantascientifica che cercava di capitalizzare sul successo mediatico di Michael Jackson (benché, per inciso, la responsabilità ricadesse sull’apparentemente insospettabile Francis Ford Coppola). Un corto di 17 minuti per ragazzini pensato per i parchi Disney; tratto da un fumetto e con soggetto dello stesso Lucas, il quale era interessato a sperimentare il cinema 4D.

1986Howard e il destino del mondo: ci piace sapere che Lucas ha seguito il progetto delle avventure del gommoso papero spaziale Howard solo alla lontana. Tuttavia, sia per la tematica infantile, sia per il nome di Lucas associato all’indigesto film in questione, esso non poteva mancare in questa carrellata. È noto che si tratta di uno dei film per ragazzi più discussi, per non dire dileggiati, nel decennio Ottanta.

1988Willow: qui invece abbiamo a che fare con un film di Lucas, interamente di Lucas, da lui pensato e voluto fin dal 1975 circa, nonostante la regia sia stata ceduta all’eternamente giovane Ron Howard, anche lui in sintonia con il clima giovanile che circonda il creatore di Star Wars.

Willow è un film che non si può classificare se non come fantasy, in ogni aspetto. La storia ruota attorno ai nani (che tanto ricordano gli ewok e che dagli stessi attori sono interpretati) e a una preziosa bambina ancora in fasce, predestinata a sconfiggere la perfida regina Bavmorda. La regressione all’infanzia tocca qui il suo punto più alto, arrivando fino a fare di una neonata la protagonista —almeno in teoria— della narrazione.

Sarebbe interessante scoprire se a metà degli anni ’70, quando l’idea di Willow nacque, questa caratterizzazione infantile era già presente. Sono pronto a scommettere che il Lucas dei tempi di A New Hope aveva visualizzato uno Willow ben diverso da quello, infantilizzato, del 1988.

1989Indiana Jones e l’ultima crociata: il terzo capitolo della serie di Indy si apre con quella che in letteratura viene chiamata “enunciazione di poetica” e in politica “manifesto programmatico”: se ancora il pubblico e i critici non se ne fossero accorti, tanto per ribadire la tendenza che abbiamo analizzato fin qui, Lucas (attraverso Spielberg) ci mostra in apertura un Indiana Jones tredicenne che vive una breve avventura nel 1912, un aition che rivela come il nostro eroe sia entrato in possesso del cappello, della frusta e perché abbia sviluppato la fobia dei serpenti. È il banco di prova per le imminenti Young Indiana Jones Chronicles.

Antefatti di questo tipo non sono certo inediti nella storia del cinema: ma questo, inserito nell’innegabile tendenza lucasiana degli anni precedenti e anche di quelli successivi, assume un valore ben diverso. C’è da dire, tuttavia, che per il resto questo terzo capitolo delle avventure dell’archeologo è validissimo: e certo non è una coincidenza il fatto che da quel punto in avanti non compaiano altri ragazzini ma, al contrario, il carisma di Sean Connery, Henry Jones senior…

1992 – 1994Le avventure del giovane Indiana Jones: serie TV di grande successo (ovviamente non in Italia) prodotta da Rick McCallum. Ritengo che si tratti complessivamente di un prodotto molto ben realizzato, nonostante si inserisca in pieno nella mania della regressione giovanile. Se da una parte gli exploit dell’Indy di dieci / undici anni possono apparire pesanti, non è un mistero che le avventure dell’Indy di diciassette / diciotto anni siano spesso accattivanti, brillanti, occasionalmente persino drammatiche. La puntata della battaglia sulla Somme è tragica e stupenda, colma di pathos e con qualche spunto visionario.

1999Star Wars Episodio I: La minaccia fantasma: il ritorno “a casa” nella saga che tutti, in fin dei conti, amano sopra ogni altra produzione di casa Lucasfilm era dovuto; le attese erano salite alle stelle, fino a punte di isterismo senza precedenti nella storia mediatica e sociologica. Chi l’ha amato, chi l’ha odiato; non è questa la sede per discuterne. Ciò che ci interessa è l’idea di prequel, che dopo anni di incubazione giunge qui alla sua ipostasi suprema, giunge al fine per il quale era stata pensata, trova qui il suo compimento: tornare indietro sì, ma stavolta per avventurarsi nell’unico passato che da oltre vent’anni davvero accende la curiosità del pubblico, quello di Anakin Skywalker e Obi-Wan Kenobi. Sono questi i Prequel per antonomasia, con la p maiuscola.

Quando trapelarono le prime voci ufficiali sul film, nel 1997, si seppe che l’Anakin di Episodio Iavrebbe avuto appena nove anni, inserendosi nel trend “infantilizzante” ormai a tutti evidente. La scoperta indispettì alcuni, poiché questa scelta di ringiovanimento radicale, oltre ad essere potenzialmente esiziale, sembrava anche contraddire le parole di Obi-Wan in ROTJ: “Quando lo conobbi [tuo padre] era già un grande pilota”. Il film ha dimostrato che contraddizione non c’è, ma è inutile nascondere che tutti, nessuno escluso, avrebbero preferito iniziare almeno con un Anakin ventenne, per vedere poi passare al Lato Oscuro della Forza un uomo sui trent’anni, e di conseguenza poter immaginare sotto la celeberrima maschera di Darth Vader almeno un cinquantenne. Niente da fare, Lucas mette indietro l’orologio e ringiovanisce tutto e tutti, anche alcuni personaggi della trilogia classica.
Il film è infantile. Nel senso migliore e più alto che si può dare a questo termine. È indubbiamente il “film bambino” della saga. Esclusi Qui-Gon Jinn e Darth Maul in duello, non vediamo morire nessuno, nonostante abbia luogo un’imponente battaglia campale tra i gungan e le armate dei droidi della Federazione del commercio, che assomiglia molto a una battaglia di giocattoli. Le sofferenze del popolo naboo sono enunciate ma mai minimamente mostrate. Se il numero dei morti sia davvero catastrofico come dice Sio Bibble a noi non è dato di saperlo.
C’è poi la questione di Jar Jar, il personaggio più odiato in assoluto (da alcuni, non da tutti) a causa delle sue gag demenziali. Un capitolo che non apriamo.

Che Episode I si inserisca in pieno nell’ossessione di Lucas per il ringiovanimento è di tutta evidenza; complice anche la produzione di Rick McCallum, possiamo parlare delle “avventure del giovane Anakin Skywalker”, una sorta di prequel dei prequel II e III, un pre-prequel. Voglio invece spezzare una lancia a favore dei risultati ottenuti da Lucas con il quarto film di Star Wars, pur muovendosi nel solco dell’infantilizzazione: Anakin è un bambino, tuttavia non è assolutamente melenso; disturbano un po’ gli “ooops” e il tono spielberghiano della battaglia sui caccia naboo, certo; ma complessivamente il piccolo Jack Lloyd ha dato un’ottima prova per la sua età.

E non dimentichiamo il fattore più significativo: stavolta Lucas tornava alla regia in prima persona, benché i meccanismi della sua arte fossero chiaramente arrugginiti. Soggetto, sceneggiatura e regia: il film è totalmente suo, come non accadeva dai tempi di A New Hope: ma quello odierno —si è visto— è un Lucas diverso, nel bene e nel male. Anche grazie a questo ritorno eccellente, l’elemento bambinesco presente nella pellicola non degenera mai come era accaduto più volte dal 1982 in poi in altre produzioni Lucasfilm (chiudiamo volentieri un occhio sulla comparsata degli amichetti del futuro Signore Oscuro dei Sith).

Se l’infantilizzazione è la cifra del cinema lucasiano a partire dagli anni ’80 possiamo dire che con Episode I ha dato, nonostante tutto, i suoi risultati migliori. Anakin e Jar Jar, protagonisti della favola, disprezzati dal giovane e arrogante jedi Obi-Wan come “patetiche forme di vita”, sono coloro che salvano Naboo dalla Federazione. Quando il piccolo Anakin, orfano della madre e del “padre” Qui-Gon, due punti di riferimento venuti a mancare, si trova spaesato e atterrito nel fragore delle celebrazioni a Naboo, l’unico che gli parla e gli comunica solidarietà —al di là del sorriso di circostanza di Amidala, presagio di un amore per ora acerbo— è proprio Jar Jar, un grande “povero di spirito”, semplice, stupido e irrimediabilmente buono, che non si lascia deprimere mai.

Anche nell’infantilismo si può fare poesia, e Lucas se vuole ne è capace.

Negli anni ’90 la Lucasfilm ha prodotto di meno, ma penso di poter dire che la qualità è risalita rispetto agli ’80.

Non so se Lucas sia capace di compiere una nuova svolta e, sbarcato con l’astronave di Star Wars nel nuovo millennio, sappia abbandonare la tendenza infantilizzante. Se un simile cambiamento può avvenire l’occasione giusta per verificarlo saranno Episode II e soprattutto Episode III. Per quanto riguarda il secondo prequel pare che ci siano segnali contraddittori: da una parte un grande vecchio pieno di carisma, Christopher Lee nella parte del Conte Dooku; dall’altra la maledizione del ringiovanimento colpisce addirittura Boba Fett, il più atteso personaggio dei prequel, il più favoleggiato, l’antieroe le cui gesta tutti reclamano da anni: ebbene, sarà un ragazzino di undici anni, un giovane clone cresciuto in maniera naturale. E accanto a lui ci saranno altri “fratelli”. Per non parlare dei numerosi bimbi jedi istruiti da Yoda in una scena.

Solo il tempo dirà se Lucas sia ancora capace di regalarci emozioni pari a quelle di EmpireEpisode III, preannunciato come “very, very dark, a tragedy” ha i numeri per riuscirci; tutto sta nel vedere se ci sia la volontà di farlo da parte di Lucas.
Ancora e sempre, siamo nelle mani dell’artista.

Postilla, 2017

Da quando l’articolo fu scritto, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta (la conclusione dei Prequel, le due serie animate); e Lucas, nel frattempo, è tecnicamente andato in pensione lasciando tutto in mano alla Disney, la casa dei sogni e delle idee, reame dell’immaginario dei bambini.
Il Lucas “pensionato” ha tenuto a battesimo un film d’animazione inedito, Strange Magic, nel 2015, che più fiabesco non potrebbe essere, oltre che un musical.

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