Athenaeum

Il Mito allo specchio

Relazioni e parallelismi tra SW e due capolavori wagneriani: Parsifal e L’Anello del Nibelungo

di Chiara Marino

L’epopea starwarsiana è stata ed è tuttora definita “lirica” non solo dai critici, ma anche dal suo stesso autore. Sylvia McCosker, in un suo saggio molto acuto (1), ribadisce questa caratteristica adducendo a prova della propria affermazione “i generosi allestimenti […], le trame intricate, le grandiose entrate e le uscite di scena […]”.

Amante come io sono del teatro lirico, non posso che concordare con l’autrice dell’articolo, e aggiungo che in SW, a livello strutturale, ci sono i duetti, c’è il coro e, disseminate qua e là, alcune pause che potrebbero benissimo preludere ad un’aria (pensiamo, ad esempio, alla magnifica scena del tramonto dei soli su Tatooine, dove l’azione è come magicamente sospesa, e il silenzio di Luke si colma di immenso pathos, mentre risuona il “Tema della Forza” a rivelarci l’inconscio del personaggio e a preludere agli eventi futuri cui l’eroe è fatalmente chiamato).

Già la scansione narrativa si articola ordinatamente in tre episodi che corrispondono ad altrettanti atti del macrodramma; se poi osserviamo attentamente la suddivisione delle scene in ogni singolo episodio (microdramma), notiamo che queste, a loro volta, determinano degli atti.

Prendiamo ancora una volta ad esempio A New Hope. Qui —dopo il preludio comune a tutto il ciclo, con l'”effetto sipario” dato dal movimento di macchina discendente, che dall’infinito ed indifferente cielo stellato conduce gli spettatori presso un pianeta-teatro-degli-eventi (Tatooine, Hoth, Endor, Naboo)— il primo atto (quasi un prologo) si conclude con la partenza di Darth Vader verso la Death Star; il secondo si apre con la scena dei droidi nel deserto e potrebbe chiudersi più o meno con la panoramica di Mos Eisley dalla rupe. Segue l’atto del viaggio mancato ad Alderaan e delle vicende nella Death Star. L’atto conclusivo, iniziando con l’arrivo a Yavin, si risolve con l’apoteosi finale.

Se questi sono gli aspetti portanti —le strutture che veicolano l’azione scenica— a livello di contenuti il discorso si fa ancor più sottilmente complesso. SW è effettivamente un universo di personaggi da dramma lirico, con le loro passioni al di là della norma e di ogni limite umano; con le loro vicende esemplari, le loro grandezze e le loro meschinità.

Non ho impiegato finora —né lo farò in seguito, parlando di SW— il termine “melodramma”, poiché questo si carica a volte di una valenza negativa, designando un intrecciarsi di vicende scontate di personaggi prevedibili in luoghi tipici. Esso è la leva delle emozioni a buon mercato, che rimangono nello spettatore a livelli superficiali e senza addentrarsi troppo nell’inconscio collettivo. Il dramma in musica è invece, al pari del teatro classico, un lavoro creato per essere consegnato all’eternità, di generazione in generazione, proprio per le sue caratteristiche peculiari: approfondimento della psicologia dei personaggi; esemplarità delle azioni di questi ultimi; universalità delle tematiche; perfetto innesto di forme e contenuti.
È vero, naturalmente, che anche in SW ci sono dei colpi di scena tipici del melodramma in senso stretto: agnizioni, crudeltà gratuite, il materializzarsi di un genius loci che ha nome, di volta in volta, Yoda o Ewok o Obi-Wan (e, tardo epigono, il maleamato Jar Jar) che imprime una svolta spesso decisiva alla vicenda. Ciò nonostante, nel ciclo lucasiano l’elemento melodrammatico è sempre un mezzo, mai un fine — un puro strumento per costruire un racconto che diventa patrimonio della collettività, e dunque un mito.

Per creare la sua opera, Lucas ha attinto, come ben sappiamo, al patrimonio leggendario di molte culture, fondendone i magmatici elementi in un sublime pastiche ove tutto combacia inesorabilmente, come in un perfetto congegno d’alta orologeria regolato da una potenza oscura, sfuggente, enigmatica e preponderante che ha nome Destino (2).

Lo stesso lavoro di collage era stato compiuto dal più grande innovatore non soltanto del teatro lirico, ma del concetto stesso di musica: sto pensando a Richard Wagner, con cui Lucas ha dei tratti singolarmente comuni: la genialità creatrice; il fatto di essere il bersaglio della critica benpensante e l’artefice totale della sua opera. Come Wagner scriveva non solo la musica dei suoi lavori, ma anche il testo, e ne supervisionava la messa in scena, così anche Lucas è insieme autore, sceneggiatore e regista, nonché l’ispiratore primo delle musiche che John Williams compone. E se Wagner ha fatto costruire un teatro per i suoi drammi, Lucas ha creato lo Skywalker Ranch per realizzare i suoi lavori. Entrambi, infine, utilizzano il mito per parlare all’umanità in un momento in cui questa ha smarrito la memoria delle proprie origini, perché distratta dal Positivismo all’epoca di Wagner e dalla debordante tecnologia di fine millennio all’epoca di Lucas. Ultimo strano particolare: Wagner non concepisce l’Anello in modo lineare, ma comincia la stesura del testo “a ritroso”, dalla fine, tra il 1848 e il 1852. La composizione dei quattro drammi musicali inizia nel 1853 e prosegue fino al 1857, quando il lavoro accusa una battuta d’arresto al termine del second’atto di Siegfried. Soltanto nel 1869 il compositore completerà il terz’atto dell’opera, per concludere il ciclo nel 1874. Come vediamo, è press’a poco lo stesso travaglio creativo che presiede alla genesi di SW che, iniziato in medias res, è riconsegnato al pubblico sedici anni dopo Return con il primo vero episodio dell’epopea.

In SW, tuttavia, c’è un’altra grande opera wagneriana, che è Parsifal, fonte non trascurabile della mistica jedi.

La Forza come nuovo Graal

Parsifal è un’opera zen. L’idea che sta alla base di questo lavoro è infatti un dramma buddista, I Vincitori, che Wagner aveva abbozzato nel 1856 dopo la lettura di una leggenda indiana. Maturata per molti anni, e fusa con le suggestioni derivate dalla conoscenza del Parzifal di Wolfram von Eschenbach. La vicenda viene rielaborata mantenendo dell’originale indiano i tratti principali, che sono la compassione, la non-violenza e la ricerca di una liberazione dalla catena delle cause. Su questa base ecco innestarsi la storia di una confraternita di cavalieri che, votata alla custodia del Graal, sembra vivere al di fuori di ogni coordinata spazio-temporale, sotto l’egida di una profezia secondo la quale arriverà colui che “per compassione sapiente” sconfiggerà la forza oscura (costituita da due esseri demoniaci, uno succubo dell’altro) che da tempo mina(ccia) le basi dell’ordine.
Come si nota, non siamo molto lontani da Ep I e, in ogni caso, da tutto ciò che in SW gravita attorno al mondo dei Jedi, che sappiamo derivato dalla cultura cinese e giapponese attraverso la mediazione del ciclo arturiano.

Fondamentale, nel mondo parsifaliano-starwarsiano —e ovviamente anche in quello zen— la figura del maestro. Nell’opera wagneriana, Gurnemanz, l’ultimo grande cavaliere del Graal, è un Obi-Wan che assiste alla progressiva decadenza della confraternita. In un racconto agli scudieri/apprendisti, egli dice che ai cavalieri “dan forza i miracolosi poteri del Gral” (3).

Lungi dall’essere solo ed esclusivamente una coppa, il Graal acquista nell’opera l’aspetto di un arcano serbatoio di misteriosa energia. Chi lo utilizza bene ne trae vantaggio; chi, al contrario, cade in errore, deve patire le conseguenze della propria sconsideratezza. È quanto è accaduto ad Amfortas —l’in fortis, il “senza forza”— che è il famoso re pescatore. Egli, nell’opera, è stato letteralmente sedotto dalla forza oscura esercitata dalla coppia malefica Klingsor/Kundry, e la sua caduta è testimoniata da una ferita ch’egli porta al fianco e che non si rimargina. Il suo male cronico è molto simile (come fa osservare anche Umberto Eco) a quello di chi per troppo tempo si è esposto a radiazioni nucleari, e dunque viene da chiedersi se il Graal non sia proprio un blocco radioattivo, dispensatore di energia terribile per la propria ambivalenza (4).

Rammentiamo, a questo proposito, che anche Darth Vader patisce nel fisico per aver ceduto al Lato Oscuro: è ridotto ad una condizione semi-meccanica e il suo dominio, al pari di quello del re pescatore, è terre gaste, terra desolata.

Con l’arrivo di Parsifal nel territorio del Graal, si apprende che il giovane è stato allevato dalla madre lontano dalle armi e dalla guerra, ma il fatto ch’egli sia capitato proprio in quella zona non è certo casuale: Gurnemanz ha come la percezione che possa essere Parsifal il sapiente compassionevole della profezia. E i suoi sensi di cavaliere del Graal non lo ingannano.

Conviene a questo punto riportare un dialogo tra i due uomini posto in un momento centrale del primo atto e molto starwarsiano nella forma e nel contenuto:

PAR       Chi è il Gral?
GURN     Dirlo non si può;
ma se per lui sei prescelto,
ti giungerà il suo messaggio.
[…] Mi sembra d’averti ben riconosciuto.
Nessuna via porta a lui traverso il paese,
e nessuno la potrebbe percorrere,
s’egli stesso non lo guidasse.
PAR       Cammino appena,
pur mi sembra d’esser già lontano.
GURN     Vedi, figlio mio,
qui il tempo diviene spazio.

A parte gli incredibili richiami ad uno dei testi fondamentali dello zen, vale a dire lo Shobogenzodi Dogen, che ampiamente tratta della relatività del tempo e del moto, avvertiamo in questo dialogo anche il tono confidenziale con cui il maestro jedi si rivolge al proprio padawan.

Il percorso per diventare un vero cavaliere del Graal è lungo e sofferto, e Parsifal, al pari di Luke, dovrà affrontare le insidie seduttive del Lato Oscuro, riuscendo persino a ricondurre al Lato Chiaro la succuba del mago Klingsor, che invece viene sconfitto.

Al termine di questo percorso iniziatico, gli eroi speculari Luke/Parsifal riportano equilibrio nella Forza/Graal, e fanno rivivere la confraternita decaduta.

Il genio lucasiano utilizza questa materia plurima e la fonde, con pregevole sincretismo, con le leggende scandinave, conferendo in tal modo al personaggio di Luke un aspetto a valenza multipla, e facendone contemporaneamente un eroe dell’equilibrio (in quanto Jedi, tutore di pace e giustizia cosmiche), ma anche della libertà.

Wotan e Darth Vader, ossia la schiavitù del potere

Per il suo Anello, Wagner rielabora molte leggende dell’Europa settentrionale, quali l’Edda di Saemund (X-XII sec.), detta Antica, e l’Edda di Snorri (1230 circa), detta Nuova. Il suo lavoro di riordino dei testi sfronda gli elementi superflui della narrazione epica e salda tra loro molti personaggi, agglutinandone azioni e relazioni. Ne risulta una grandiosa revisione della mitologia nordica, ove dei ed eroi agiscono mossi da passioni solo apparentemente umane, ma in realtà elevate all’ennesima potenza, dunque sovrumane.

Figura assolutamente centrale del ciclo è Wotan, cioè Odino, capo del pantheon germano-scandinavo, dio guerriero il cui nome reca una radice che significa “furore” (e sappiamo bene che una delle caratteristiche più appariscenti di Anakin/Darth è l’ira). Nelle rappresentazioni teatrali più fedeli alla tradizione, Wotan è rappresentato in armatura, con un elmo sovente adorno di ali stilizzate, armato di una lancia e ammantato di blu-cupo o di nero o di grigio-antracite: comunque di colori scuri. Ma Darth Vader e Wotan sono speculari soprattutto per due elementi assolutamente basilari: l’errore di cui sono prigionieri e la disperata, tragica paternità.

Il primo elemento, la colpa che ha determinato la caduta, è in Wotan la brama di tutto sapere e, in particolar modo, di tutto potere. Egli si impadronisce dell’Anello che dà la signoria dell’universo, ma troppo tardi comprende le conseguenze del suo gesto amorale. Lui, che doveva determinare la giustizia; lui, garante della legge divina ed umana, si è macchiato d’una colpa che si ripercuote sul cosmo intero.

L’errore di Vader, almeno per quanto ne sappiamo allo stato attuale del ciclo stellare, potrebbe essere molto simile. Anakin è dominato da una collera orgogliosa che, secondo l’etica jedi, è pulsione oscura: poiché dalla collera all’odio il passo è breve, e ancor più lo è quello dall’odio alla tirannide (che è frutto di ambizione).

Wotan cerca incessantemente un altro-da-sé che possa compiere ciò che a lui, il dio traviato, non è più concesso: ripristinare l’equilibrio universale. E il desiderio di uscire da sé, di farsi “altro” in una sperata redenzione, muove tanto Wotan quanto Vader (e chi è l'”altro” di Vader se non Luke, e l'”altro” di Wotan, se non Siegmund?). Ma questi due titanici tiranni cosmici sono innanzitutto prigionieri del loro Io, schiavi dell’ineluttabile necessità che li avviluppa. Dice Wotan:

Con disgusto ritrovo
me solo in eterno
in ogni cosa ch’io compio!
L’altro cui anelo,
l’altro mai lo scorgo:
da solo il libero deve crearsi:
solo schiavi so rendere schiavi!

Parole che potrebbero benissimo essere pronunciate da Vader in quel momento fondamentale della sua ricerca del figlio (della propria identità perduta) che è Empire. Entrambe queste figure tragiche vorrebbero dominare l’ineluttabile, ma quand’esse prendono coscienza dell’impossibilità di sottrarsi alla legge cosmica il limite del non ritorno è già varcato. Da qui, il loro profondo conflitto psicologico ed esistenziale che tanto Wagner quanto Lucas, in tempi e modi diversi, hanno descritto con assoluta genialità.

In un’aspirazione di irraggiungibile libertà, Wotan genera con una donna mortale due gemelli, Siegmund e Sieglinde, che vengono separati ancora molto piccoli dalla sorte avversa, in modo che l’uno smarrisce inconsciamente il ricordo dell’altro: Siegmund, eroe eletto, sa di una vaga promessa paterna: nel momento del maggior pericolo egli troverà la spada del genitore.

Il giovane ricorda dunque la profezia in un punto cruciale del dramma wagneriano, e precisamente dopo aver incontrato una donna bellissima che ha destato in lui un indefinibile sentimento, una percezione quasi di lontana familiarità. Pensiamo, a questo punto: quand’è che avviene la già citata scena del tramonto, commentata dal Tema della Forza / Spada? Precisamente dopo che Luke ha veduto colei che ancora non riconosce come sua gemella, precisamente nel momento in cui egli, al pari di Siegmund, ha preso contatto con l’altra parte di sé, con il proprio alter ego da cui si sente misteriosamente attratto. Ironia del gioco scenico: Siegmund canta il “monologo della spada” (atto I della Valkiria) descrivendo ad un certo punto una scena di crepuscolo:
Notturna tenebra copriva i miei occhi;
il raggio del suo (5) sguardo
allora mi sfiorò;
ne ricevetti calore e luce.
Beata mi parve
la luce del sole;
mi circonfuse la fronte
il suo voluttuoso splendore –
fin che il sole tramontò dietro i monti.

Ma c’è di più. Ricordiamo tutti la tragica scena di quando Luke, mosso da sovrumana percezione, letteralmente vola verso casa e trova questa distrutta, gli zii assassinati. Orbene: ecco un episodio occorso a Siegmund e da questi narrato a Sieglinde:

Andò alla caccia col giovane il vecchio (6);
un giorno tornarono a casa
dalla battuta e dalla lotta:
era vuota la tana del lupo.
Bruciata in cenere
La splendida sala,
[…] abbattuto l’animoso
corpo della madre,
sparita nelle vampe
la traccia della sorella.

Sono del tutto pertinenti, a proposito della scena lucasiana in questione, gli agganci più volte citati con una sequenza di Sentieri selvaggi, ma è impossibile non riconoscere anche l’evidente parallelismo con il lavoro wagneriano (siamo sempre nel primo atto della Valkiria).

Dopo questa digressione, ritorniamo alla relazione Luke/Siegmund, Vader/Wotan. Siegmund conquista la spada a lui promessa, ma il destino gli è avverso. Al pari del padre nascosto, di cui gode la protezione per mezzo dell’arma fatata, neppure l’eroe è libero, bensì prigioniero di una catena di colpevole consequenzialità. Wotan è costretto a togliere ogni potere alla spada e a chiamare il figlio nel suo Walhalla (concepito come una roccaforte imbattibile che richiama la Death Star). Il giovane disdegna però un simile privilegio, seppure postumo. Egli, non sapendo che è Wotan suo padre, non ha interesse per i fasti e gli onori del Walhalla (e quindi del potere. Ricordiamoci le parole di Vader a Luke: “Unisciti a me, e insieme governeremo la galassia come padre e figlio”). E come Luke perde mano e spada nel suo primo scontro con il padre, così Siegmund, nel combattimento che chiude il secondo atto della Valkiria, colpisce la lancia di Wotan e la sua spada vola in frantumi. Notiamo, per precisione, che il terzo contendente è Hunding, marito di Sieglinde e acerrimo nemico di Wotan, da questi ucciso in un modo tipicamente vaderiano: ad un gesto del dio sdegnato, l’uomo cade a terra, morto.

Ogni speranza è dunque perduta, per Wotan? No. C’è “una nuova speranza”: Siegfried, il figlio dell’incesto dei gemelli.

Questo nuovo personaggio è dunque nipote/figlio del dio, e in Luke riscontriamo molte sue caratteristiche: ama la libertà al limite dell’anarchia; è piuttosto collerico; brama sapere chi sia suo padre. E come la spada di Wotan viene riforgiata da Siegfried, così Luke si costruisce una nuova spada laser.

Entrambi questi atti creativi segnano un passaggio, un affrancamento da una situazione di dipendenza. In breve, sono atti di libertà, in cui l’uomo mette alla prova se stesso e le proprie facoltà per poter affermare il proprio Io individuale e dichiarare la ribellione cosmica.

Siegfried, allevato dallo gnomo Mime è sostanzialmente Luke addestrato da Yoda, sebbene quest’ultimo possieda ben altro spessore morale rispetto il suo sosia nibelungo. I due eroi sono chiamati ad una prova comune: la lotta con il drago/Fafner e il drago/Rancor, da cui entrambi, naturalmente, escono vincitori.

L’ultimo grande cimento cui è chiamato Siegfried, quello cioè che lo rende definitivamente un uomo libero, è il confronto con Wotan, il quale, dapprima bonario viandante che saggia la personalità del figlio/nipote, all’improvviso si rivela in tutta la sua temibile grandezza. Sbarra la strada all’eroe, e con questo intraprende un duello (!) al termine del quale, in un esatto, simmetrico rovesciamento della scena con Siegmund, il giovane spezza la lancia del dio. Parimenti, con altrettanta simmetria, Luke trancia la mano di Vader, che in tal modo perde la spada, simbolo di potere al pari della lancia di Wotan. Ma se questi si ritira dinanzi a Siegfried, accettando la propria sconfitta con cupo fatalismo, ecco che l’antico Signore dei Sith compie il gesto forse più clamoroso di tutta l’epica stellare: ormai morente, in un estremo soprassalto di titanica grandezza, afferra l’Imperatore e lo scaglia nell’abisso. È un autentico atto di rivolta cosmica. Se Wotan accetta il proprio destino, Vader si ribella al Fato, ed è con questa azione che egli ritorna Anakin, l’eroe della libertà, affrancato da se stesso solo ed unicamente tramite se stesso. Cade allora la maschera, materiale e metaforica, che per anni ed anni era stata la sua barriera contro il mondo. In punto di morte, soltanto allora, Vader può guardare la realtà senza mediazione alcuna, con i propri occhi e con la lucidità della consapevolezza riconquistata.

L’universo è ora in pace. Anakin, morendo, ha riportato l’equilibrio nella Forza e le fiamme della sua pira funebre, salendo al limpido cielo notturno, annullano e disperdono nell’impersonale respiro cosmico il dolore di Darth Vader, la sua individualità e quella di ogni altro personaggio della saga.


Note:

(1Star Wars: opera spaziale, in Guida completa a SW, Ed. Falsopiano/UM, 1999, pp. 107-113

(2) Contiamo pure quante volte questa parola ricorre nella Trilogia, o quante materialmente il destino opera sulla vicenda. Pensiamo anche alla figura di Palpatine, che sempre, fin dalle origini della narrazione, regge le sorti dell’universo e di tutti i personaggi, indistintamente — salvo poi essere sconfitto da un puro atto di libertà, di scelta estrema e disperata dell’uomo che vuole essere dominato soltanto dalla propria coscienza. Ritornerò su questo argomento al termine del presente articolo.

(3) Utilizzo la traduzione dei drammi wagneriani curata da Olimpio Cescatti (Torino, UTET, 1996). Gli eventuali corsivi sono miei.

(4) Naturalmente dico questo per inciso, come interpretazione alternativa di un oggetto che ha dato la stura al vaso di Pandora delle esegesi. La Forza e il Graal wagneriano sono energie assimilabili piuttosto al Ki, termine che significa appunto “forza vitale” o, come precisa W. Reed: “Il Ki è un’energia universale, capace di infinita espansione e contrazione, che può essere diretta, ma non contenuta dalla mente” (W. Reed, Ki. Una guida pratica per l’Occidente, Roma, Ed. Mediterranee, 1986, p. 19.

(5) scil. della gemella ancora non conosciuta come tale, cioè Sieglinde.

(6) scil. il Lupo, trasformazione terrena di Wotan.

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