Athenaeum

Ouverture per un capolavoro

di Davide G. Canavero

Tra George Lucas e John Williams esiste un feeling speciale. Il compositore, stando alle parole del regista, riesce a esprimere sentimenti e a raccontare storie attraverso le note con tale genio che Star Wars potrebbe tranquillamente essere un film muto. Ovviamente non lo è, ma se è solo per questo non lo erano neppure i film dell’epoca del cosiddetto “muto”, i quali dipendevano in maniera evidente dall’accompagnamento musicale per ottenere il loro pieno effetto. Lucas si associa al detto del regista russo Sergei Eisenstein, per il quale “il film è musica”. Oggi nessuno riesce a immaginare la saga di Guerre Stellari prescindendo dal suo commento musicale: questo perché le partiture di Williams hanno travalicato i confini dell’opera per cui sono nate, diventando per molti la colonna sonora di una vita.

L’apprezzamento che ricorre più frequentemente tra i commenti alla colonna sonora della saga di Star Wars è che guardando i film di Lucas spesso sembra che siano le immagini a fare da commento alla musica e non viceversa, come sarebbe logico. Tanto basta per avere la misura della sublimità della partitura di John Williams.

Si è detto più volte che l’epopea di Guerre Stellari é affine —nessuno si sorprenda o scandalizzi— a certi melodrammi dell’Ottocento. Certo non si tratta di film “impegnati” e, se ci si ferma ad una visione superficiale, la storia può apparire affetta da paradossi narrativi ed errori causati da un’idea ingenua della tecnica del racconto: può sembrare una favola naif, insomma. Ma sappiamo che non è esattamente così. La saga partorita dal genio di Lucas è piuttosto un dramma in musica, come altrove (1) è spiegato con competenza: essa nasce con potenzialità ben superiori a quelle del melodramma; e anche gli esiti, a chi sappia guardare con intelligenza, appariranno più che pregevoli.

Il regista americano era perfettamente consapevole di stare creando qualcosa di più che semplici film: egli voleva dare vita a una nuova mitologia, vera, profonda e persino eterna.

Trovare un commento musicale degno dei suoi sogni, della sua grandiosa visione —che era sì in parte epica ma soprattutto etica e filosofica— non era un’impresa semplice, specie tenendo conto della povertà artistica delle colonne sonore degli anni Sessanta e Settanta, all’insegna del pop e della prima musica elettronica (fin dai tempi de Il Pianeta Proibito). Lucas, che pare scrivesse il suo film ascoltando musica classica, non voleva niente di simile; anzi: non voleva neppure una semplice “colonna sonora” come tante. Nel 1976 girava gli esterni di Star Wars con la ferma convinzione che solo musica classica esistente avrebbe potuto reggere il peso epico delle immagini. Ciò che gli occorreva era musica classica, sinfonica, epica; e infine, ad un certo punto del processo produttivo, decise che avrebbe dovuto essere inedita: l’ipotesi di usare musica preesistente fu scartata. Quella strada, seguita da Kubrick per 2001 Odissea nello spazio, non sembrava soddisfare una nuova esigenza che il regista/demiurgo aveva cominciato a sentire mentre l’opera prendeva forma: quella di avere melodie originali che il pubblico potesse associare per sempre alla sua saga.

Bisognava rifarsi alle vecchie colonne sonore hollywoodiane: ad esempio a quelle di E.W. Korngold, il compositore tedesco che lasciò la Germania nazista per riparare negli States, componendo le musiche di alcuni classici di Errol Flynn prodotti dalla Warner Bros: Le Avventure di Robin Hood, Captain Blood, ecc. Una scelta —oggi ci riesce difficile capirlo— in totale controtendenza rispetto alla musica leggera in voga a quel tempo, che lo stesso Lucas aveva adottato per American Graffiti, per ovvie ragioni. Una decisione coraggiosa quella a favore della sinfonica, certo: ma non erano forse gli stessi film che Lucas aveva in mente —queste escursioni fanciullesche in un mondo a metà fra Flash Gordon e il ciclo bretone— ad essere quanto di più controcorrente gli Anni Settanta potessero produrre? Basta l’atteggiamento degli amici (e della moglie) di Lucas dinanzi alla proiezione privata di A New Hope a testimoniarlo. George è pazzo, ha fatto un film assurdo con della musica altrettanto lontana dal gusto moderno. Ma la storia avrebbe dato ragione al papà di Guerre Stellari, non certo al circolo dei benpensanti… registi ribelli.

Il Nostro, memore della musica con cui era cresciuto (ad esempio Les Preludes di Liszt, che introduceva i vecchi serial di Flash Gordon), proseguì per la sua strada rivolgendosi all’unico amico dotato di intuito, l’unico che riponesse una parziale fiducia nel progetto Star Wars, vale a dire Steven Spielberg. Fu lui a consigliare a Lucas l’ingaggio di John Williams, col quale aveva già lavorato due volte, in The Sugarland Express del ’74 e Lo Squalo del ’75, per la musica del quale ricevette il suo secondo Oscar (il primo l’aveva vinto per Il Violinista sul Tetto, del ’71) e un Grammy. Williams fu subito entusiasta di quello che —tuttavia— riteneva solo un “saturday afternoon movie”, per quanto di classe: non aveva idea del fatto che si apprestava a comporre la colonna sonora di un’intera trilogia; ma d’altra parte lo stesso Lucas non sapeva se avrebbe ancora potuto mostrare in giro la sua faccia dopo l’eventuale fallimento di Star Wars… Era per tutti una grande avventura: non sapevano esattamente dove sarebbero arrivati, ma avevano piena coscienza del fatto che ciò che Lucas stava creando era innovativo; e che anche la musica destinata a commentare quel bizzarro film avrebbe dovuto essere straordinaria.

Dopo aver assistito al montaggio semi-definitivo di quello che oggi chiamiamo A New Hope, Williams si mise al lavoro con trasporto, avvalendosi dell’ormai leggendaria London Symphony Orchestra, che riuscì a ottenere —con i suoi 86 strumentisti— grazie all’intercessione dell’amico fraterno André Previn.

Il leggendario score, nel quale figurava per la prima volta quello che oggi è in assoluto uno dei temi più celebri di sempre, il Main Title di SW (in si bemolle maggiore), fu registrato a Londra tra il 3 e il 16 marzo del ’77. Il mixaggio invece fu realizzato a Los Angeles. Bastò aspettare il 25 dello stesso mese per veder comparire il doppio LP sugli scaffali dei negozi di dischi: 75 i minuti di musica presenti, contro i 90 della partitura totale. Dopo poche settimane si affacciò alla testa delle classifiche degli album più venduti, battendo il record del settore colonne sonore (record che era già di Williams, con Lo Squalo): segno che il fenomeno Star Wars stava per rivoluzionare tutto, in ogni aspetto.

Star Wars apparvero così valide artisticamente da meritarsi subito repliche da parte di grandi direttori d’orchestra, quali Zubin Mehta e Leonard Slatkin.

Il coronamento del successo giunse alla consegna degli Oscar del ’78: la statuetta fu conquistata senza difficoltà, insieme a tre Grammy: uno per la miglior composizione orchestrale, uno per il miglior pezzo pop strumentale (la Cantina Band) e uno per il miglior album colonna sonora. La ciliegina sulla torta fu la nominaion a miglior album in assoluto.

Il duplice successo del film e della musica decretò il ritorno in auge delle colonne sonore sinfoniche. Williams visse il suo momento di massimo orgoglio personale, e di massima soddisfazione artistica; oggi come allora egli si ritiene un uomo fortunato: se non fosse per questo tipo di film —ha detto— nessun compositore ai nostri giorni potrebbe scrivere musica simile.

Se a 1977 inoltrato il mondo anglosassone stava impazzendo per tutto ciò che riguardava Star Wars, e giustamente, c’erano tuttavia molti paesi nei quali il nome di Luke Skywalker era ancora sconosciuto e il tema dei titoli del film doveva ancora entrare nell’orecchio del pubblico. Cos’era questa colonna sonora che persino gli austeri direttori d’orchestra avevano ritenuto di omaggiare?

Un capolavoro, indubbiamente. Benché la sua grandezza fu apprezzata appieno solo col passare del tempo, un paio di cose apparvero subito chiare: che quella indicata da Star Wars era la strada da seguire in futuro per le colonne sonore e che John Williams avrebbe avuto un ruolo da protagonista in quella direzione, che aveva personalmente indicato. Entrambe le previsioni si sono verificate: oggi le grandiose (almeno nelle intenzioni degli autori…) colonne sonore sinfoniche sono parte imprescindibile di ogni film di richiamo; e John Williams si è confermato il più grande compositore vivente.

Per certi versi il primo score resta il più leggendario; ma è indubbio che gli altri l’abbiano superato tecnicamente da molti punti di vista. Ciò di cui parliamo qui, comunque, è lo stile Star Wars in senso lato; generalizzazione possibile dal momento che la “narrazione sinfonica” curata da Williams per commentare i tre film della Trilogia classica ha conservato un’impronta inconfondibile, facendosi un po’ più confusa solo dopo anni di mancata frequentazione, in occasione di Episodio I.

Perfetta è l’aderenza e l’identificazione che si produce tra le musiche, ormai entrate nell’immaginario collettivo, e le scene e i personaggi della narrazione ad esse associati, all’interno della tecnica compositiva wagneriana che vuole prioritario l’uso del Leitmotiv. Questa pratica, assai diffusa nel passato, ha consentito a Williams di essere considerato il più autorevole erede dei grandi compositori hollywoodiani degli anni Trenta e Quaranta, nonostante qualche critico giudicasse il suo immane lavoro “derivato”, per via dei riferimenti classici (Holst, Dvorak, Rimsky-Korsakow).

Ma alla prova dei fatti le partiture composte da John Williams avevano una prepotente capacità penetrativa tale da mettere, di fatto, tutti d’accordo. La perfezione prodigiosa con la quale i suoi temi (tutti incantevoli e memorabili, un vero primato) si fondono con le immagini non ha precedenti se non nelle grandi opere teatrali dell’Ottocento. L’impatto emozionale dell’intimo connubio tra immagini e musica è tale da lasciare colpiti. Il Leitmotiv —cioè “frasi” melodiche legate a personaggi o elementi della storia, con temi che possono essere ripetuti, riorchestrati, suonati forte o piano, lenti o veloci, malinconici o gioiosi, a seconda della necessità narrativa del momento— tecnica presa in prestito da Wagner, rivive momenti di gloria.

La superiorità di Williams come compositore non risiede solo nella sua abilità strettamente musicale ma soprattutto nella sua propensione a “leggere” le immagini, traducendo in musica le relazioni ritmiche ed emotive che esse producono nel corso dell’azione. La sua musica racconta letteralmente la storia, ecco perché non si può parlare solo di colonna sonora. Se ogni personaggio ha un tema che si sviluppa secondi i modi del Leitmotiv che abbiamo descritto, è anche vero che questo tema interagisce con quelli degli altri personaggi; i temi musicali connettono fra loro i temi narrativi della trama del film e li amplificano, li innalzano. Williams sa creare, con sensibilità sopraffina, un contesto emotivo per ogni scena, di modo che diventa possibile usare le immagini “contro” le emozioni espresse dalla musica, la quae alla fine rivela sempre la verità. Essa può esprimere sfumature che alla scena visiva sono precluse; può dire ciò che l’immagine è costreta a tacere. La musica va sempre oltre: in Star Wars è la vera frontiera della narrazione (Un esempio: la prefigurazione tragica durante le celebrazioni a Theed, alla fine dell’Episodio I).

Proprio grazie a ciò l’ascolto di questi score ha un effetto iconopoietico spiccatissimo: le note permettono cioè di rievocare le immagini con una precisione assoluta, tanto vividamente Williams ha creato affreschi sonori su una gamma apparentemente illimitata di emozioni, stati d’animo, ritmi e fraseggi.

Forse il più trascurato tra i molti primati detenuti da queste partiture è quello della lunghezza: non esiste altra colonna sonora che accompagni quasi ogni istante del film; fino al paradosso dell’ultimo score, per Il Ritorno dello Jedi: due ore e mezzo di durata complessiva dei due dischi (usciti in occasione dell’Edizione Speciale con tutti gli inediti), cioè ben più della durata effettiva della pellicola! Per questo, per l’accompagnamento musicale costante, viene spontaneo il riferimento all’Opera, non solo wagneriana.
Non c’è via di scampo: una volta che si è vista la Trilogia di Lucas la sua musica sublimemente appassionata e squisitamente epica resta con noi per sempre. Il paragone con qualunque altra colonna sonora composta negli ultimi cinquant’anni appare improponibile; e non solo ai fan.

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